lunedì 2 maggio 2016

Il problema (la politica della cultura III).

La questione più importante per le istituzioni culturali come biblioteche, pinacoteche, archivi cinematografici ed altre (diversa in parte questione quella dei siti archeologici), per i loro spazi fisici, è il futuro. Non intendo la messa in discussione della loro utilità / redditività - perché in questo mondo "finanziarizzato" il senso della parola "utile" si va sempre più appiattendo sul significato di 'guadagno', capacità di generare una differenza monetariamente positiva di cassa fra ricavi e spese da parte di una qualunque attività: è recentissima la definizione di sistemi turistico - culturali da parte di un governo europeo, invece che sistemi cultural - turistici; l'ordine delle parole in questo caso ha una sua importanza: a) turistico in questo quadro significa prima di tutto "attività alberghiera e di ristorazione etc. che genera un giro d'affari tassabile"; b) la cultura essendo essenzialmente, così, turismo, viene declassata ad accessorio "divertimento" e non viene trattata come attività conoscitiva e formativa fondamentale per un cittadino intelligente ed aperto - bensì che nella progettazione e / o ricerca degli spazi di tali istituzioni sempre più difficilmente si tiene conto che un'opera di cultura genera studio, ricerche, scritti e non solo, e che quindi allorché si cerca uno spazio dove collocare quanto uno o più autori hanno creato, oltre a preoccuparsi che esso sia abbastanza grande per contenere tutto quanto il "poeta" ha fatto - uso il termine in senso artisticamente ampio, come ricavato dai miei studi sempre in corso sugli scrittori cinque - seicenteschi di poetica almeno in Italia - e quante analisi su di esso sono state condotte fino al reperimento dello spazio, nonché per il collocamento degli strumenti di studio, sia necessario un minimo di lungimiranza bassamente spaziale che superi la momentanea màscara (da cui mascàra, trucco, maquillage) - propagandistica da giro d'affari a breve termine in cui le spese future non si anticipano, generando tra l'altro un meccanismo di ammortamento, ma si rimanda la loro considerazione ad un futuro bisogno di emergenza - in senso "primitivo" - in cui anche eventualmente eliminare il problema con lo smantellamento. Tale visione a lungo termine, in cui la cultura diviene anche una risorsa economica non unicamente fossilizzata in una fruizione in cui masse umane si spostano attraverso confini per "ammirare" strutture fisse, ma è anche promozione dei supporti culturali mobili come libri e filmati, che comprendono pure gli studi, dovrà prevedere metrature adeguate per le inevitabili nuove acquisizioni future. Osservo ciò perché so direttamente di casi di "grandi spazi" acquisiti e costosamente ristrutturati per riunire materiali omogenei secondo determinate classificazioni e che risultavano sparsi, i quali si sono rivelati, immediatamente dopo il raggruppamento di quei materiali, al limite della capacità e quindi assolutamente insufficienti per una gestione adeguata in un immediato futuro. Di certo la soluzione di ridurre o cancellare le acquisizioni non è valida, anche se si troverà sempre qualche detrattore di qualsiasi disciplina convinto della sua integrale inutilità che avrà sorriso all'idea e caldeggerà la sua adozione. Discorro di questo futuro, anche se so che le risorse monetarie, i fondi sono importanti, perché la "secondarietà" - non così facilmente inquadrabile - di esso rispetto a collocare gli archivi, alla disponibilità di risorse per la gestione e, per l'appunto, nuove acquisizioni, non equivale (come sembra talvolta) a totale irrilevanza.

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