martedì 31 maggio 2016

Ovvietà.

Un titolo: "Datemi un libro, vi costruirò un palazzo. Le 'strutture architettoniche' di un testo rivelano cose che non sapevamo di sapere". Ho "corretto" del testo in di un, per cominciare. Sarà perché, essendo - pare - "specialista", leggo talmente tanto in un paese dove si dice tutti i giorni che non legge nessuno (spesso in realtà confondendo volutamente gli acquirenti con i "lettori", ed aspirando più ai primi che ai secondi), ma di fronte alla "considerazione" riportata più su non posso che sorridere per la disperazione che l'estensore manifesta (inscena?) facendola. Bisogna scrivere rivolgendosi a gente che non legge neppure l'articolo che sta scorrendo - appunto -, per farla. Lasciamo da parte Giulio Camillo; accantoniamo l'idea che il Palazzo di Atlante e in Boiardo ed in Ariosto sia (poniamolo come ipotesi) un riflesso della struttura del poema, della strategia dell'entrelacement; non analizziamo la "costruzione" di Gadda, per avvicinarci di più al contemporaneo. Davvero chi abbia letto più di due periodi di un testo, mi domando, anche solo di un "elaborato" accettabile prodotto da un un alunno di scuola primaria ad un livello relativamente avanzato, ha bisogno che gli sia di- spiegato davanti il parallelo fra testo scritto (ma non solo...), e palazzo? Cosa bisogna essere, un ingegnere, per vederlo? Anche concependo i capitoli etc. solo come una consecuzione, dovrebbe sorgere pressoché spontanea alla mente l'immagine di una galleria (o Galeria, per citare), sempre ammesso che si sappia almeno che cos'è una galleria, anche in trompe l'oeil. Ma scrivo tutto questo da un paese che non legge (vedi sopra) e dove tuttavia, essendosi sembra persa l'idea della letteratura (e di certa musica quantomeno) come arte, si scrive moltissimo. E, leggendo troppo, prendo per ovvio troppo. Tutto ciò, oltre ad annotare che secondo alcuni ciò che non sappiamo di sapere è che non sappiamo, anche se certuni dicevano di saperlo.

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