giovedì 30 giugno 2016

Erto.

Probabilmente impossibile: riuscire a creare qualcosa modernamente arcaico od arcaicamente moderno, se non addirittura arcaicamente moderno e modernamente arcaico. Ci hanno provato qualche volta.

Aggiungere.

"sosteneva vigorosamente il primato della poesia sulle arti belle, come eloquentemente Cesarotti ribadisce nella citata lettera all’Accademia veneziana". Riscriverei, al di là della discussione su chi fosse dalla parte del giusto: "sosteneva vigorosamente il primato della poesia sulle [altre] arti belle, come eloquentemente Cesarotti ribadisce nella citata lettera all’Accademia veneziana".

Nella teoria...

...molti speculano - in almeno un paio di sensi, probabilmente - alla ricerca del valore assoluto; sospetto che nella pratica il valore venga sempre assegnato.

mercoledì 29 giugno 2016

Ed in conclusione...

In mezzo ai morti e ai feriti, alle macerie ed al sangue, alle sirene e alle urla, nei sunti cronachistici spunta sempre: la preoccupazione per il danno alla panacea universale per ogni singolo male d'un bilancio di stato, ossia il turismo. Sembra che la sicurezza si sia trasformata in un beneficio aggiuntivo eppure determinante da accludere al "pacchetto" il quale si offre al turista, piuttosto che essere un diritto del cittadino trovantesi, vivente giorno dopo giorno nel paese.

martedì 28 giugno 2016

Avere.

Avere il senso acutissimo della propria inemendabile imperfezione non di necessità paralizza ogni spinta al miglioramento.

lunedì 27 giugno 2016

Non è...

...un'ovvietà che "Scrivere è gioia e lotta", come mi càpita di leggere? Se si ha una coscienza, un tarlo stilistico, persino un "poetar lieve" deriva da una elaborazione, poiché qualche vezzo linguistico si radica in chiunque. Ed in un'idea di scrivere piano pure i peccatucci vanno sradicati con un'attenta revisione. Dunque Carlo Emilio Gadda aveva ragione, e non solo per sé stesso e per il suo modo di scrivere. Alcuni hanno presto imparato questa lezione da Dante Alighieri e da Guido Cavalcanti, quindi dai provenzali; poi hanno trovata una conferma del precetto nel Sant'Aquila. La risposta però alla domanda iniziale, per i più, la loro convinzione, è: "no"; perché ormai scrivere, in certi luoghi, è ovvio, persino una noia d'obbligo.

Certo.

Bisogna saper resistere - in grado non sempre identico - ad alcuni dei risultati, dei resti discendenti da una autoelezione.

Quando...

Si parla di purezza, invero, si parla d'una certa idea di purezza: l'idea di "volgare" di Mario Equicola si ispirava ad una purezza; quella di Pietro Bembo ad un'altra.

venerdì 24 giugno 2016

Forse...

Essa pare il pastor, quando per caso Vede caduto il lupo entro a la fossa, Fabbricata da lui per tale effetto: Si sta dintorno a 1’impaniata fiera Con sassi e dardi e con bastoni e lancie, E cerca fiero di ferirlo a prova, Né cessa mai, fin che non l'abbia estinto. Riscrivendo così L'Italia... XXV, 636 - 42, alcuni potrebbero vedere nell'immagine la descrizione dell'inevitabile nella vita.

giovedì 23 giugno 2016

Memoranda.

Banalità, tuttavia da non dimenticare, quando si procede ad un certo tipo di lavoro: "Non si può cogliere la citazione di ciò che non si è letto", anche solo indirettamente.

mercoledì 22 giugno 2016

Rimane.

Chi vuole semplificare è libero di farlo. Rimane agli altri la libertà di non aderire alla semplificazione. La libertà si applica punto per punto, si ripete ogni volta.

martedì 21 giugno 2016

Insisto.

Persisto nell'usare il plurale: soprattutto nel campo delle arti qualificate dilettevoli, è sempre meglio parlare di tradizioni.

Il prodigio.

Il miracolo della "disarmonicità" del Furioso è che, data l'imprevedibilità dei passaggi da un filo all'altro della trama (ma non solo, i livelli sono plurimi), particolarmente alla fine si rimane ammirati di fronte alla capacità dell'autore di restituire un'impressione di mobile equilibrio, con la mobilità come essenziale, in cui si illumina una armonia anche interna, della storia e di tutti gli elementi che concorrono alla sua formazione (riferirsi alla discussione teorica cinquecentesca sulla Poetica di Aristotele, circa la definizione di parte primaria e parte secondaria, con tutte le differenze che si presentano negli interpreti). Tenere in considerazione che non si tratta comunque di una Torre Solitaria, ma come bensì debbano essere inclusi nel conto della valutazione i precedenti grandi esempi (e taluni "piccoli") non solo italiani di entrelacement.

lunedì 20 giugno 2016

Una difficoltà.

E' il contrasto fra il senso che un individuo assegna alla vita, il percorso che sente come proprio in essa, quello che al suo riguardo le danno gli altri singoli che incontra, e quello che le conferisce - almeno secondo le dichiarazioni pubbliche e l'interpretazione che ad esse applica l'uno - quel groviglio di istituzioni anche autoinvestite che è detto società. Dunque lo scontro non è solamente fra Società e Persona - con tendenza alla prosopopea -, ma pure con ciascuna "cronicamente" mutevole visione singola del Sé (che da prospettiva esterna è L'Altro) e con ciascuna variante società. Sull'esterno. Inoltre: L'Eletto è il Riconosciuto e Soddisfatto? Tra l'altro, elezione è il trarre da un gruppo (che è già una prima scelta); ma, si scriveva sopra: "autoinvestite". Perciò, ci si può trarre. Nell'assegnare, "in realtà", valore al solo riconoscimento pubblico (meglio se ufficialmente documentato), quello che sembra il tipo prevalente di società attuale si potrebbe da parte dei certi senza dubbio qualificare postromantico, ma di un superamento del Romanticismo in un modo di arcaicità. Individualista.

domenica 19 giugno 2016

Ancora discorsi...

...sull'inesistente etica globale.

Inintelligibilità (La risposta II).

Non si nega l'intelleggibilità. Si prende in considerazione l'ipotesi che il "Libro del cosmo" - se è cosmo - possa in alcune parti essere scritto in una lingua, o con un sistema espressivo che i suoi lettori possono interpretare erroneamente o non essere in grado di leggere. Addirittura, spesso si parla di "letteratura greca" etc. senza aggiungere: "superstite", aggiunta che si può tralasciare per brevità, ma sempre ricordando che ciò che abbiamo non è tutto, sotto vari profili. Ogni descrizione si potrebbe provocatoriamente definire una sineddoche, tanto più accentuata quanto più è grande il tema entro cui si muove quasi come entro la Visione di Petrolio, ma con più guide.

Modo (composti II).

Quello del post numero I è un possibile esempio del modo di generare le cosiddette paraetimologie.

Composti.

Contr -ap- positio?

La risposta...

...ma il punto è se l'ovvio sia (col congiuntivo, appunto) ovvio: Caso e Natura si contrappongono; ed ancor più assurdo per molti: Caso e Natura si sovrappongono? - alcuni "salvano" l'ordine Oltre -. L'arte (colla majuscola) è ordine contro il caos; o disordine contro la prigione di un cosmo pervasivo? Temperamento, in un difficile equilibrio, dei due? E quando abbiamo un equilibrio fra il disordine e l'ordine, i due sono ancora tali? Ma se ciò che si presenta ad una cultura come ordine si manifesta ad un'altra come disordine...

sabato 18 giugno 2016

Il latino (È comprensibile III).

Dà corpo a molte sfumature non poi così sfumate con parole diverse, anche se spesso usate come sinonimi, o tradotte come se fossero sinonimi.

Dunque (È comprensibile II).

Se si pensa che l'uomo sia intelligente, la città come insieme di cittadini è intelligente per presupposto.

È comprensibile.

Che dato il significato oggi prevalente, certi "intellettuali" da mattino presto pensino che la città sia l'insieme topografico degli edifici e delle strade che li separano; ma la civitas è l'insieme degli esseri umani che quel groviglio abita - come consuetudine; e tuttavia, spesso, come avere: habitus da habeo.

venerdì 17 giugno 2016

Delle punizioni.

La Venezia edificata II 76, 7 - 8: "la colpa no; ma senza scusa alcuna / vil si punisce e povera fortuna".

giovedì 16 giugno 2016

Per la.

Per la sinistra democratica europea, in un dibattito politico ormai da tempo monopolizzato, fagocitato dalle variazioni del liberismo economico, il problema è come segnalare che su tale aspetto essa è differente dalla destra. La crisi pare data da questa indistinguibilità.

Essenzialmente.

Si vive per lavorare solo quando esercizio professionale - professione non è soltanto quella libera - e passione, inclinazione, si sovrappongono in massima parte (alcuni momenti di alienità sono comunque inevitabili); altrimenti si lavora per vivere. Uno dei principali problemi che da tale quadro deriva è la rabbia da lavoro, inteso come attività dalla quale si ricava reddito: perché non lo si ha; o poiché, se lo si ha, nella maggioranza dei casi si lavora per vivere e non si è nelle condizioni di vivere per lavorare (inteso come sopra; ossia che la pratica è volontaria). Tralasciamo qui il tema della valutazione qualitativa del lavoro, criterio oggi - checché se ne dica - decisamente in secondo piano rispetto a quello quantitativo, data l'ossessiva attenzione posta ai margini.

Un giorno.

V'è la possibilità di decidere, un giorno, di cambiare il modo in cui si traccia il punto fermo sopra la i. Questo potrà forse in casi importanti, creare difficoltà a chi voglia attribuire uno scritto analizzandone la grafia (nugae: fondamentali nugae in certe discipline). E tuttavia si può. Dunque, non sempre un punto è un ente geometrico senza declinazioni.

mercoledì 15 giugno 2016

Sembra.

Pare che debba riportare a galla la descrizione gaddiana di "giudizio". Debba... Vedi descrizione e soluzione, risposta multipla e soluzione invece unica. Se il maestro debba servire Verità o condurre il discepolo prima a farsi domande, e poi eventualmente a darsi, a trovarsi risposte che lascino vivere anche gli altri colle proprie non distruttive risposte. Vedi: "Uno dei marginalia".

Uno dei marginalia.

Dare più di una risposta è non dare una risposta? Essendo una risposta fatta di parole, e le parole soggette ad interpretazioni (la maggior precisione del linguaggio scientifico moderno non è ancora la realizzazione del sogno di alcuni filosofi, oltre che scienziati: "una parola, un oggetto e concetto"), quando si dà una risposta si fornisce una sóla risposta, ammesso - ma non di necessità concesso - che il "testo" sia certo?

Semplicemente.

Perché in linea di principio - aspetto da discutere - non c'è nulla di "ovvio" e di "quotidiano", nella misura in cui, osservando con cura, ogni ripetizione (petere è sì 'andare verso', ma anche 'chiedere'; quindi pure ripetere è 'chiedere nuovamente': per quale motivo?) è differente dalle altre in qualche dettaglio. Rimane sempre poi da riflettere (si veda "Un principio" per questioni circa la parola) su questa umana tensione / frizione tra la ricerca del sempre uguale come elemento principe della sicurezza vitale, e la revulsione senza intervallo emergente ad esso quale fuga dalla noja (sulla cui eventuale sfumatura leopardiana si potrebbe forse riflettere).

martedì 14 giugno 2016

Bona espugnata IX xvii, 4.

"Dal fulmine precorso esce il baleno". Altrove mi pongo il “rovello”, avendo letto un'opinione che pare interpretabile in un senso per cui se una risposta non fornisce una soluzione, è dubbio che possa ritenersi una risposta (un poco come quel diffuso rimbrotto italico che dice: "non si risponde ad una domanda con un'altra domanda"), se il ruolo del maestro sia ergersi come colui che possiede la sapienza, o se non possa impostare un metodo per cui propone al discepolo di seguire la ricerca sull'argomento e trarre le sue conclusioni. E' un tema che risale, nella sua prima proposta non esplicita, alla prima stesura del primo capitolo della tesi di dottorato, rifiutata proprio perché si strutturava su citazioni di testi di critici cinquecenteschi messi quasi di seguito l'uno di fronte all'altro nelle loro differenze interpretative di uno stesso tema, intervallando con una interpretazione di quali fossero le differenze fra i diversi interpreti sulle varie questioni etc. Tutto ciò in quanto l'opinione maggioritaria su quei critici era stata quella che essi fossero un monolito che congiurava per assiderare il dibattito. Certo, almeno uno dovette fuggire in Svizzera. Qui dunque cito, ma non "considero". Chi vuol domandarsi la risposta (od anche la domanda) che sta "dietro" la citazione...

Resistenza.

Che è resistenza a quello che alcuni definiscono patriottismo, e che l’elideista al massimo qualificherebbe come "un certo tipo di patriottismo", da altri chiamato sciovinismo (chauvinisme): perché, se trovo bella una poesia di un trovatore provenzale, non posso, non dico rielaborarla, riutilizzarla, citarla; ma neppure leggerla, poiché non è italiana? Provenzale in stile diverso, perché per esempio ci sono stati antichi poeti nati in Italia che hanno scritto in provenzale senza essere provenzali di nascita (sto leggendo di una istituzione che richiede quattro generazioni di una caratteristica per esservi ammessi).

Un principio.

Di discussione? La riflessione è pure opposizione, oltre che all'uscita (quella in sé) all'entrata (quando da sé). Etc.

La parola.

"La parola Peshitta può essere – ma di fatto non accade – translitterata in molti altri modi: Peshittâ, Pshitta, Pšittâ, Pshitto, Fshitto". "Di fatto". Sotto questa espressione troviamo la classica consuetudine per cui ciò che è solo maggioritario diviene, viene trattato come unico.

E perciò.

V'è differenza fra "ciò che è ritenuto vero" - ciò che si crede vero -, e ciò che "viene trattato come vero" - salienza, M2 etc. -.

lunedì 13 giugno 2016

Il problema.

In breve, mentre aspetto di approfondire. Il problema dell'oggettività del documento è che è sempre falsificabile; persino involontariamente (l'errore inizialmente è costitutivamente involontario; solo successivamente si è dovuto far spazio all'errore volontario, che è il falso). Se si ragiona in maniera essenzialista però - non è il mio caso; ma mi serve per chiarire la posizione - ogni errore, posto che esista una ed una sola verità, può essere definito falso in quanto non - vero (e si porrebbe la questione della contrarietà e della contradditorietà). Se poi si tiene conto, per usare un'espressione letta tempo fa, che non di ogni documento è possibile indicare un’esatta catena di anelli storici [...] che correli l’impiego di ogni nome ad un oggetto, persona etc., nel senso di indicare documenti inequevoci e senza vuoti nel loro susseguirsi - si noti esatta - si vede che molte realtà sociali, se intese in senso ristretto, non sono reali. Per anticipare qualcosa, non è questione di concludere che noi non abbiamo alcun rapporto con il mondo, bensì che nel nostro reale c'"è" un margine di errore ineliminabile. Poi dipende cosa noi vogliamo definire reale: se accettiamo questo margine di errore al punto che lo includiamo inconsciamente nel rapporto con il "fuori", allora quella che abbiamo davanti è senza dubbio la realtà. Altrimenti, noi abbiamo un rapporto con il mondo; ma, come noi affermiamo che questo tavolo ha quattro gambe ed è color magenta, un altro potrà affermare che il colore di quel tavolo sia fucsia. Nemmeno l'interpretante finale di Pierce corrisponde con l'integralità dell'oggetto in senso volgare. Ciò che noi chiamiamo realtà è ancora qualcosa quasi - perché poi è solo un esempio - biblico, ossia il nominare, tralasciando che poi i nomi essendo limitati non sono individuali. Non esiste un individuo John Smith, circolando in una città di lingua inglese e chiamando John Smith una volta sola restando fermo, potrebbe non voltarsi nessuno, uno solo, o potrebbero voltarsi quattordici persone. Qualcuno discuteva del valore "magico" del nome. Nominare serve a "gestire" il nostro essere immersi in ciò in cui siamo immersi.

Della croce racquistata (1605).

IX lxxi, 1 - 2: "l'ibero / tacitamente confermò col volto"; IX lxxi, 6: "breve risponderò libero e sciolto". Francesco Bracciolini. Tutto ciò nel contesto di una citazione de L'Italia liberata da' gotti di Giangiorgio Trissino.

venerdì 10 giugno 2016

Un "paradosso".

Notai tempo fa in uno scritto rifiutato: "Rimangono, escluse appunto Cillenia ed Elpidia, alcune altre 'donne' messe in scena in questi primi libri, ma sono virtù, rappresentate in questa forma in quanto la virtù è bella, ed uno scrittore cristiano maschio rappresenta la bellezza, sia essa dall’effetto positivo o negativo, sotto forma femminile; tuttavia, è interessante osservare il finale del libro quinto, in quanto viene sollevata una questione da Corsamonte, che utilizza la consuetudine cui abbiamo appena accennato per mettere in luce un tratto del pudor sempre collegato alla donna, ma che coinvolge l’onore del cavaliere: la domanda che si ripropone costantemente in ogni esemplare di poema eroico – cavalleresco, ossia il comportamento che deve tenere una donna in un campo militare, o se la donna che non sia amazzone (nel caso dell’Italia, l’amazzone è Nicandra) non debba al tutto tenersene lontana; egli mostra infatti di essere contrario alla scelta di Areta di assegnare a ciascuno dei cavalieri una delle proprie figlie come scorta: ad ogni lettore del poema è certo evidente che essendo queste donzelle solo figure allegoriche, il problema non si pone; ma queste virtù hanno pur sempre forma femminile, e nella imitazione del poema, essendo visibili ai cavalieri, sono visibili in generale: così, tralasciando per il momento le implicazioni che una situazione del genere avrebbe per l’onorabilità femminile – tema che è quello il quale generalmente interessa agli altri autori - il personaggio è preoccupato di una ferita all’onore dei cavalieri, quando dice che "se venisser damigεlle noscω, / ci darian qualche biasmω appω le gεnti": certo, Corsamonte immediatamente prosegue il discorso in modo che viene sgomberato il campo da ulteriori sviluppi dell’argomentazione secondo la linea misogina (congenita debolezza della donna, sua naturale inclinazione alla lascivia e quant’altro del campionario era stato dispiegato in innumerevoli scritti precedenti che interpretavano la dignità dell’uomo,tema centrale della riflessione umanistico – rinascimentale, secondo la declinazione limitativa della dignità del maschio),poiché osserva che tale lesione sarebbe dovuta solamente al fatto che " ‘l vωlgω mai nωn suol pensare il drittω", tuttavia esso è qui a richiedere una soluzione: la risposta di Areta rigetta l’importanza dell’opinio plurimorum secondo la prospettiva filosofica che ritiene la virtù autosufficiente, ovverosia la sufficienza per il vir bonus dell’innocenza di fronte al tribunale della propria coscienza; chiaramente, pur se maggiormente condizionato, questo principio vale pure per la domina (ecco un modo in cui si può leggere la dama di Baldassar Castiglione nel Cortegiano, rinunciando alla valenza generica della parola donna anche nella consuetudine attuale: la donna dei Ritratti è certo donna per il rango conferitole dal suo sangue, ma lo è pure per un atteggiamento ed una formazione culturale di alto profilo che le consente di rapportarsi agli altri con l’urbanità e l’affabilità – capacità di sostenere una conversazione, da fateor – richiesta dalla società del tempo, eppure il suo non desiderare la vendetta e l’essere pronta a perdonare le offese subite, il saper sopportare le situazioni avverse l’avvicinano al sapiente quanto l’uomo), pur concedendo infine che siano coperte di nebbia, sicché non potranno macchiare i cavalieri di infamia alcuna". Non permettere al guerriero di accompagnarsi a donne, non consentire l'ingresso di donne nell'accampamento militare: qui si presenta come azione compiuta per proteggere l'onore dell'uomo, contrariamente a quanto i più sarebbero propensi a credere.

Una vendetta "letteraria".

Giunse l'unno a le chiome d'Aniceto, / bianche chiome ch'ornavano il pastore, / mentre che, di terror tutto repleto, / alte le mani al ciel, quel gran furore / volea stornar, l'infrenabile impèto; / ma l'insulto alla patria la fe' dura: / il sangue ne bagnò tutte le mura. Corretto l'errore.

Un atlante.

Esso è la strada perfetta per una completa eroica amplificazione. Dunque, nell'ottica di un certo Romanticismo, l'atlante dovrebbe essere fonte decisamente preferibile ad un qualsiasi testo narrativo precedente, per uno scritto originale; quello infatti intralcia il dovere dello scrittore di far divinamente emergere il romanzo (unica scrittura ormai davvero autorizzata ad essere oggetto d'esercizio di stesura) come creatura dall'impervia oscurità del Nulla che anche sarà. Tuttavia, 1°) una qualche fonte "storica" c'è sempre (anche un quadro ha tecnicamente una storia, una "rappresentazione temporale di fasi successive", come si può manualisticamente leggere, od anche solo una disposizione nello spazio su varii piani delle figure che articola la visione nel tempo, e quindi...); 2°) la riscrittura di una fonte letteraria essendo sempre in qualche misura un vertere, anche quando la letteratura di provenienza del modello sia la "propria", essa è anche variazione, che può doversi a volontà od errore; anzi, a volte l'errore è volontario. La ricchezza delle forme. Certo, Curtius definirebbe "medievale" l'equiparazione delle fonti, il che non rende impossibile praticare l'equiparazione anche come apposita strategia stilistica.

Bona espugnata II xxvii, 6 - 8.

Leggiamo: "il celeste campion move dal polo, / e per gli aerei tempestosi campi / segna tra' nembi ampio sentier di lampi". Prima osservazione: non so a quanti possa venir spontaneo, leggendo, pensare ad una rima sotto certi rispetti "facile" per il verso 7, ed aspettarsi il nesso tempestosi nembi; dalla "delusione" discendono le considerazioni successive. A) la rima -ampi è più facile di -embi, e questo potrebbe spiegare in parte perché "nembi" fu presumibilmente spostata - oltre che per il fatto per cui il sintagma "tempestosi nembi" è banale, mentre "tempestosi campi" (e si badi ad "aerei [...] campi", per cui l'inserzione dell'aggettivo "magnifica" distanziando) suscita più meraviglia - all'interno dell'endecasillabo; b) una sensibilità moderna noterebbe in primo luogo la quasi - rima di [c]ampi a 7 con ampi[o] all'interno di 8, ripresa in [l]ampi, rima "vera" dello stesso verso, quindi indicherebbe la costanza dei rimandi fonici parziali che si costituisce fra campion a 6 interno e la rima campi di 7, e poi appunto ampio e lampi di 8. Non è il caso di ricordare qui lungamente il ruolo di emancipazione dal passato che un'ampia trattatistica ha evidenziato per la quasi - rima nell'esercizio poetico almeno del Novecento.

giovedì 9 giugno 2016

Intermedio.

Nei primi libri de L'Italia liberata da' gotti di Giangiorgio Trissino, uno dei tratti omeristi del poema - e, paradossalmente, proposta di "novità" rispetto alla prassi contemporanea del poema epico / cavalleresco - è l'ampio uso del discorso diretto, l'abbondanza di orazioni senza creare formalmente di continuo una assemblea per giustificarle; il tentativo di compromesso è indicato dalle venture, giostre etc.

Svegliàti?

Leggo: "La lingua franca [...] è quella [...] di un moralismo che attribuisce alla opinione pubblica il ruolo delle 'tricoteuses' ritratte da Charles Dickens". A parte il fatto che ci potremmo anche riferire al Neologiste di Reinhardt, dizionario francese tutt'altro che asettico, 'contemporaneo' alla nascita dell'uso politico del termine in Francia - si veda il Supplement: "Tricoteuses les, ou le Devotes de Robespierre: postée dans le tribunes, elles influençaient, de leurs voix enrouées, les législateurs assemblées" -. Dunque, "Furie" a prescindere, per una certa mentalità moderata figure perfette onde effigiare dove può arrivare la "massa". A parte perciò quanto sopra, ed al di là del caso particolare, non ci dovremmo stupire di un messaggio del genere: Karl Popper, in alcuni passaggi di Congetture e confutazioni, quantomeno sembra trovare poco affidabile la "opinione pubblica", seppure non la definisce canaille: questo nonostante un personaggio di Guicciardini nella Storia d'Italia, non si mostri troppo favorevole al governo di pochi, paventando divengano pochi oppressori.

Vivere.

Vivere "in presa diretta" l'impoverimento - facciamo sarcasmo sulla società dei mezzi di comunicazione, che non socializzano molto fra loro? - è un trauma. Soprattutto se sono bastati quarant'anni per abituarsi alla "ricchezza" (che è un concetto più di quanto si tenda a credere relativo) e dimenticare i tempi della povertà quotidiana.

mercoledì 8 giugno 2016

Dalmatica II.

Ovvero, riprendendo l'argomentazione di Abbozzo, si può spiegare La Venezia edificata XXII 42, 1 - 2: "o di quel manto / degno, ch'io vestii prima" in due modi: il porporino manto papale fu portato da Pietro "in spiritu", come Francesco portò la dalmatica; rifacendosi ad un'opera di Giulio Strozzi stesso, ossia Il natal di Amore, possiamo ritenerlo pure un anacronismo; e poiché nell'avviso Al delicato lettore di quello scritto stesso, Strozzi esplica: "ho errato a bello studio", ecco che il problema si solve da sé. Se dunque poteva sprezzare il pericolo delle censure letterarie, forse anche quello del blocco all'imprimatur, per il quale ci sarebbe voluta estrema cura nel leggere, e rigidità. E quindi si rilegga sotto questa luce anche Contaminazione, volendo. Quando la rigidità non fosse stata difficile da rintracciare, più facile avrebbe potuto essere contare su di una lettura informata da una attenzione relativa, in specie verso la fine del poema, dove casualmente si trova la scena accennata nel post che questo ha preceduto.

Contaminazione.

Voluta? Nonostante le possibili implicazioni? A La Venezia edificata XXII 35, 3 - 4 Giulio Strozzi scrive: "e porge alla bell'urna i cari amplessi, / come a tronco talor s'attorce un angue". Quel "talor" vuole riportare alla dimensione dell'accidente concreto, visibile nella quotidianità; eppure a bastone s'attorce un serpente in un caso; ad altro, quello d'araldo, in un secondo; ed ad un albero viene dipinto avviticchiato il "serpe antico": nel primo caso si tratta del bastone d'Esculapio, medico e dio pagano; nel secondo, dell'ermetico caduceo dell'araldo divino del padre degli uomini e degli dei; nel terzo, quel "vipero" fu fondamentale per il precipizio dell'umanità nel tempo: dunque ad alcuni avrà potuto parere riferimento non buono in una scena in cui viene invocato l'aiuto di San Pietro, data l'epoca di scrittura. Il solito problema dell'atto, in relazione a che tempo sia allorché si compone un testo.

martedì 7 giugno 2016

Per precisione.

Patria è quel luogo ove i tuoi padri e madri ebbero a nascere, intendendo retoricamente ma non perciò colpevolmente con padri e con madri i tuoi antenati, ancor più che i genitori più prossimi. A rigore dunque non il terreno dove i tuoi beni hanno in quel momento posto, e dove torni periodicamente. A voler vedere non ha neppure a che fare con una qualche forma di affetto o passione, o titolo di proprietà, o di lunghezza di personale permanenza in atto.

Discrimine.

E' l'autorappresentazione, esterna ed interna.

Anche...

...la bestia desidera ed agisce, per istinto. La seguente "definizione" è d'altro: "desiderante autocosciente agente". O qualcosa del genere.

lunedì 6 giugno 2016

Riscrittura XXI.

"Così la Frode ria ruba 'l pensiero". Non necessariamente avrebbe, nel caso, dovuto scrivere un'ottava (XV 64) del tutto diversa de La Venezia edificata, poiché punta assai sui sensi, e non su di una incapacità di ragionare conseguente alle impressioni ricevute.

La Venezia edificata XV 62, 1 e 8.

"Questo è 'l chiaro latin sangue gentile...Negli italici cor l'ardire è morto?". Ovvero una riscrittura della canzone di Ser Petracco: Italia mia, benché 'l parlar sia indarno. Vedi i vv. 74, 81 e 96 della canzone petrarchesca: "Latin sangue gentile ... [non] è questo [con scambio di posizione fra aggettivo e verbo in Strozzi]...ne gli italici cor [non] è [ancor] morto". Si noti il cumulo attributivo motivato dal passaggio del settenario petrarchesco all'endecasillabo di Strozzi, per cui in 1 si aggiunge chiaro a latin - che in Petrarca è un forte richiamo ad una passata grandezza del tutto trascorsa, mentre in Strozzi Ezio parla agli ultimi detentori propri, facendo appello ad una tradizione cui stanno per essere strappate del tutto le radici che ancora hanno una terra cui tenersi -; la sostituzione dell'avverbio ancor con il "facile" infinito ardire trisillabo, il quale invece mantiene la misura corretta nella riscrittura "al positivo" di RVF CXXVIII, 96. Nei tagli e nelle aggiunte sta il punto della tradizione che è anche variazione.

mercoledì 1 giugno 2016

Alcuni I.

Alcuni direbbero che la prova di un ruolo pressoché primigenio della religione nell'erigere e mantenere uno stato sia il fatto pressoché generale che i primi dei fossero dei etnici non nel senso in cui lo intesero certi autori, per esempio, controriformisti (etnico: "pagano"); ma nel senso che ogni stato, al più ogni "cultura", aveva i propri dei, che combattevano al fianco dei guerrieri di ciascuno dei contendenti contro gli dei del nemico, e la vittoria degli eserciti era la vittoria degli dei del vincitore, nonché la prova della superiorità della forza di entrambi.

Interessarsi di politica.

Mentre in molti luoghi democratici nel mondo si alzano geremiadi deprecanti il disinteresse del cittadino per la politica, ci sono persone comuni che possono segnalare come vissero personalmente già alla fine degli anni Ottanta casi di "dissuasione" non troppo coperta dal presentarsi candidato a cariche anche di nessuna importanza. Perciò, non si può "avere un sogno" e poi lamentarsi quando si è di fronte alla sua realizzazione.

Ovvietà II.

Continuando il discorso, debbo "ammettere" di essere condizionato - per ammirazione - dal ricordo di uno degli stratagemmi più conosciuti dimnemotecnica, ossia quello di disporre nella mente le parti di un'orazione come sono sistemate le stanze in una casa. Ma oggi le orazioni in certi ambienti si debbono chiamare discorsi (parlamentari etc.). Problemi d'ipocrisia. E sono discorsi pronunciati col foglio di fronte.

Discorso...

...appositamente mal costrutto, quello di Gelderico a La Venezia edificata XIV 16, 1 - 8: "Questi inferni, che dite, e i vostri fochi, / me non atterriran: mostrate a stolti / fanciulli, e a' vecchi timidi e dappochi, / e le Furie, e le serpi, e i brutti volti. / Tropp'alto è il cielo; in troppo stretti lochi / il basso Inferno ha tanti iniqui accolti. / Seguir voglio il piacer, e farmi strada / all'onor con la forza, e con la spada. In un ambiente abituato ad un certo modo di pensare, un finale così equivale a consegnarsi legato alla Sconfitta. Piuttosto obiezione più valida avrebbe potuto essere rispondere: "Lasciate che i bimbi vengano a me"; cioè che una certa religione un tempo si presentava come religione dell'accoglienza e della gioia, non del terrore, abitudine andata persa già coll'episodio della morte istantanea di Anania e Saffira negli Atti degli Apostoli 5, 1 - 11.

La Venezia edificata XIV 6, 5 - 6.

Dopo cinque ottave fra introduttive e descrittive dell'addobbamento del personaggio di Gelderico da parte di Merlino, leggiamo nel brano indicato: "Lunga impresa il ridir sarebbe in poco / dove e quando Merlin l'avesse [il cavallo Zeffirino, donato al giovane "eroe" Gelderico], e come". Si sarebbe potuto fare in forma drammatica anche sul momento, con un discorso del personaggio di Merlino che, consentendo di uscire dalla "voce narrante" dell'autore, teoricamente avrebbe potuto, tramite la variazione data dal passaggio, alleggerire un eventuale peso dato dalla lunghezza. Nulla impedisce di spostare un simile stratagemma compositivo più avanti, aumentando la discrezione.