venerdì 29 luglio 2016

Due letture.

Scorro un intervento sulla dignità della canzone popular - già altrimenti detta in italiano "canzonetta" o semplicemente "canzone" -, e mi pongo una (falsa) domanda: " pòpular o populàr?" Inglese o spagnolo? Ancora pochi decenni fa una canzone di successo poteva intonare in Italia: "...la canzone popolare", con un significato che non era quello di "famosa". Tutto ciò, direbbero alcuni, è in realtà superato: basta "pop". Il che rilancia la provocazione dell'intervento che sto leggendo: la canzone "commerciale" - altro sinonimo - ha una sua dignità artistica? Giustamente torna a galla la solita obiezione circa lo studio della poesia per musica, valido discorso in linea teorica: analizzare separatamente testo e musica, come per il melodramma, ha senso per praticità di studio, ma (nuovamente, in teoria, ipotizzando una coscienza stilistica) il metodo corretto imporrebbe poi di riunificare le due parti ed analizzare il complesso - che non è la "band" - perché la poesia per musica dovrebbe essere concepita per essere porta in complesso, e non separatamente. Tornerebbe quindi pure la disputa per la supremazia fra chi scrive le parole e chi scrive la musica. E tornerebbe pure quel divertissement di Eco nel "Diario minimo", quella dotta conferenza filologica condotta su testi antichi che sarebbero le "canzonette" di oggi sopravvissute alle "ingurie del tempo". Potere della posizione dell'accento.

Ossia (Il condottiero dei Mirmidoni II).

Quando si mostra stanchezza sulla ripetitività della tradizione, si consideri come la parte che ne viene costantemente riproposta, che viene continuamente rifatta, e ripetutamente (forse?) rielaborata, sia una sezione minuscola, piccolissima, microscopica non d'essa, ma di ciò anche soltanto che ne è sopravvissuto. E per questo stesso motivo sarebbe opportuno ricordarsi, se non ricordare agli altri, che la tradizione è in "realtà" tradizioni. Se, per soddisfare l'impulso umano alla dicotomia, diciamo che è una, valutiamo sia tale: sopravvissuta / perduta. Dove al di là della linea oscura si trova la maggioranza dei prodotti culturali umani.

Per la pace perpetua.

"E' disciplinato dall'interesse di ciascuno individuo che armonizza con quello dell'universale". Carlo Pisacane Guerra combattuta in Italia etc., pagina 50. Teoricamente, avrebbe senso, se l'interesse individuale conoscesse un limite: ma nella quasi totalità dei casi non lo conosce.

Ogni parola.

E' in relazione colle altre, oltre le "corrette" relazioni grammaticali, sintattiche etc. Un errore (?) nel ricostruire tramite analisi grammaticale e logica il rapporto "esatto" tra due parole può comunque aprire un'associazione (relativamente) nuova, produttiva sotto il profilo dell'espressione. "Accorgersi" dell'errore paradossalmente recupera un senso, e quindi risulta in un accrescimento di possibilità.

giovedì 28 luglio 2016

Fiesole distrutta VI 8, 1 - 4.

O delle questioni di dettaglio. Un esempio di lettura e conseguente domanda: "Qui si cacciar, qui la mia donna ascosa / fu da costor, qui corsi audace anch'io, / me ne l'entrar di lei, trovai ritrosa / sfinge, cui fece il correr mio restio". E' ovvio - nei limiti in cui si ammette in ricerca l'ovvietà, cioè tendenzialmente mai - che Qui [...] qui [...] / [...]qui [...] di 1 e 2 (labiovelare + i) è allocazione motivata dall'anafora, dall'intento d'uso dell'anafora; ma, arrivati a 4, per l'uso di "cui" si possono dare due spiegazioni, poiché nulla impediva di usare "che": a) ribadire il particolare tono cupo del verso coll'abbondanza di -u-, -o-, -o; b) cui è consonante velare + vocale velare + i, il che avvicina l'articolazione labiovelare + i che si vuole approssimare ma non ripetere. Si noti anche qui due volte in 1; una in 2; nessuna in 3; comparsa quindi di cui dopo il "vuoto" a 4. Far problema di ciò che molti altri neppure guardano: il che rallenta decisamente la pubblicazione.

Mancanza (Provincialismo V).

Non avere il senso delle proporzioni. Qualcuno, circa lo spostamento del Salone del libro, parla di "provincialismo" di Torino. Ciò implicherebbe di conseguenza una centralità addirittura "globale" della città dove la rassegna sarà spostata. In effetti il "racconto" milanese di sé è da secoli quello di una città importante a livello internazionale, che è stata temporaneamente persino capitale dell'Impero Romano, la città della tolleranza costantiniana. Rifletto: tutto ciò è vero; come però è vero che capitali dell'Impero Romano sono state per esempio anche Treviri, Ravenna e, soprattutto, Costantinopoli detta oggi Istanbul. Milano indubitabilmente è una città importante in Italia, una delle tre / quattro "capitali" del paese insieme a Roma e Napoli. Certo, paradossalmente il ruolo di Roma nell'Italia attuale sembra stia andandosi sclerotizzando in quello di un centro politico - archeologico (di una politica che è anch'essa reperto archeologico?); Napoli è riuscita a conservare dopo l'Unità con armi plurime una posizione di baricentro del Meridione d'Italia, ruolo che ha ricoperto ufficialmente per almeno cinquecento anni. Città come Firenze e Venezia (di cui la prima è stata come una cometa capitale anch'essa provvisoria, ma del Regno d'Italia ultimo, non del secondo, come Milano, in effetti) sono meta di turismo; Torino e Genova furono per il periodo della grande stagione industriale del nord Italia, suoi fulcri; Palermo fa leva ancor oggi sul proprio "Parlamento", eredità dello Statuto Speciale, e sull'isola - mento relativo della Sicilia per ritagliarsi un "luogo" direttivo. Ripenso alla centralità di Milano dopo tutto ciò, dopo aver passato in rassegna quanto sopra, e rifletto circa un discorso di "peso" della città in contesto di "globalizzazione". Contro (?) chi? Elenco: Parigi, Berlino, Londra, Tokyo, New York i primi nomi che mi vengono in mente. Addirittura, in tema di Saloni del Libro (o di "finanza"), Francoforte. Si parla sul serio di "provincialismo" torinese e "centralità" di Milano?

mercoledì 27 luglio 2016

Contaminazione?

Panfilo de' Renaldini, Innamoramento di Ruggeretto XVI lxvi, 3: "Pietà, non che perdon, giamai non s'hebbe". L'emistichio senario richiama "banalmente" RVF I, 8: "Pietà nonché perdono"; meno prevedibilmente, per il secondo emistichio sospetto Franco Sacchetti, Il trecentonovelle CXXVII: "giammai non ebbe alcuno iudice". A proposito di RVF I, 8, si veda la variazione di Mellin de Saint Gelais in De luy mesme, 12: "cherchant pitié, non louanges a mes cris".

Bernardo Tasso, Rime.

V liv, 56 -7: "Novi di dominare / folli desiri, onde ne langue il mondo". Son folli sia i novi che i vieti: qui siamo nel XVI secolo avanzato.

...l'orator di Francia".

"ch'una medesma cosa / vuol e disvuol cento volte in istante".

martedì 26 luglio 2016

Traduzione ritmica.

Un affermar, che fa insicuri e nega.

Sarà necessario.

Prendere in mano autori inglesi mi ha sempre creato problemi, proprio perché sono vissuto ed ancora vivo in un'epoca dell'umanità in cui per l'opinione comune un anglosassone ha creato dal nulla, in grazia della sua eccezionale mente caratteristica peculiare dell'essere inglese, persino la sabbia, fin dalla notte dei tempi. Tale iperbole è ancora più accentuata in quella terra per molti aspetti ormai provincialotta che è detta Italia. La stessa sensazione di esclusiva nell'uso del cervello che alcuni avranno più volte avvertito in Italia ed in Europa col francese (il Misogallo alfieriano è solo l'esempio italico più famoso di "allergia" alla lingua ed alla cultura presente appena oltralpe: reazioni per quanto in alcuni casi ben scritte indubbiamente eccessive in risposta ad entusiasmi esagerati). Tuttavia, tempo (anni, decenni) fa, acquistai un poco per volta quasi l'opera omnia di Shakespeare (non tutta l'opera drammatica di Shakespeare; anzi con un occhio particolare verso la parte non - teatrale) perché lo scarto preventivo non è cosa buona e giusta; un paio di testi scenici di Marlowe, il Copperfield ed altro. In questo anno massacrante del quarto centenario della morte di Shakespeare, un povero lettore può pure tentare di tenere la bocca chiusa, e dedicarsi apposta tutt'altro. Ma poi qualcuno legge un articolo sulla traduzione della riscrittura d'autore del Mercante di Venezia e, toh!, si scopre che il testo ricorda L'ebreo di Malta di Marlowe, pur nelle differenze. Tocca riprendere in mano ed il Mercante e l'Ebreo, tutti e due presenti in quel caos che dovrebbe somigliare ad una biblioteca personale, e condurre riscontri circa l'ovvietà che il tutto genio ed il tutto originalità Shakespeare imitava anche altri in aggiunta a sé stesso; fra i quali sicuramente Marlowe, autore importantissimo all'epoca. I danni dell'idea del creazionismo letterario di derivazione romantica unita appunto al principio per cui la frase pronunciata all'inizio del mondo, nella versione contemporanea sarebbe stata: "E l'Inglese disse: 'che sia la luce'. E luce fu". Ovviamente la riscrittura è in forma di romanzo in prosa.

Il rischio.

Il pericolo del precetto scolastico che suggerisce, indica come salutare nella scrittura l'evitare il più possibile la ripetizione, tanto più se ravvicinata, mette a rischio la comprensione dello stile dei sacri testi; e per sacri testi intendo le tre cantiche di quella grand'opera intitolata per tradizione Divina Commedia di Dante Alighieri da Fiorenza. Dunque, si sta scrivendo un commento a due versi del primo canto dell'Inferno, in cui si spiega, a vantaggio d'un amico, come certe ripetizioni che sembrano troppo ravvicinate fanno parte di una ricercata strategia retorica di ripetizione / variazione, ampliando un poco il quadro per esplicare meglio.

lunedì 25 luglio 2016

Nacque.

L'elideismo iniziò a nascere quando un bambino di otto anni aperse un fascicolo di una Divina Commedia a dispense nella quiete della propria casa senza averlo fatto per dovere: lì scoperse una lingua misteriosa e che la poesia non era solo strofette da mandare a memoria sui campi e sulle stagioni etc., ma versi sonori e relativamente lunghi, strofe un poco più complesse. Dunque esisteva una lingua italiana diversa da quella che sentiva, esisteva una diversa disposizione del discorso da quella che usava quotidianamente lui stesso. "Vide" gli angeli, i demoni, vide i dannati ed i santi; ma vide anche Cerbero ed il Minotauro, e là, scritta in piccolo, una spiegazione che parlava di passato, un passato da cui venivano quelle figure (il fascicolo conteneva incisioni) che alcuni definivano "false". Perciò la cultura è varia: la cultura italiana. Proseguendo gli studi, il confronto prima col latino e col greco, poi col francese e col provenzale. Il lessico dell'italiano, comprende, è debitore di ciascuna di tali lingue; e dell'arabo, e di vari dialetti germanici (ostrogoto, longobardo etc.) dello spagnolo, le cui parole ha perlopiù adattato a sé: di nuovo, l'italiano è un tesoro di varie pietre preziose dette parole che vengono da differenti tempi e luoghi. La metrica è travaso ed adattamento di versi e strofe di plurima provenienza, a volte assunte quasi così come sono, a volte più modificate: dunque una cultura che aveva già mostrato più di una complessità, ora ne manifestava un'altra, un grado in più, proprio come in una scala (il padre costruiva, risistemava case; quindi anche scale, ne aveva viste e percorse). Più gradi. Interessandosi di filosofia (a scuola, e quindi di filosofia prima di tutto greca) "a monte" del cristianesimo e per un certo periodo parallelamente all'affermarsi del postsocratismo monoteista nel Mediterraneo ed oltre, dato dov'era nato, si trova a comprendere che il fenomeno era caratterizzato, per dire, da una complessità e pluralità di proposte e di letture ben diverse da quelle di una legge di progressione verso la metafisica e l'Uno: complessità e molteplicità di cui possiamo ricostruire solo frammenti; si scopre che anche nel supposto compatto blocco postsocratico condizionato dalle religioni abramitiche le interpretazioni, benché la situazione storica fosse stata a lungo non delle più favorevoli - eufemisticamente parlando - alla tolleranza di opinioni non canoniche, furono comunque multiple in campo filosofico e religioso; giunge a concludere che nemmeno nel suo oggi il politeismo è morto nel mondo; la forma dell'aristotelismo in Europa occidentale non si spiega senza lo studio della tradizione islamica circa lo stesso soggetto, ed i problemi che pone; rileva una varietà di dottrine politiche, economiche ed oltre; che le geometrie sono più d'una; che la psicoanalisi e pressoché tutte le discipline sono divise in correnti, dottrine, orientamenti particolari che non solo si sostituiscono nel tempo e nello spazio, ma che confliggono e meno facilmente convivono nello stesso territorio e lungo il medesimo arco cronologico, senza che l'una riesca mai totalmente a cancellare l'altra; che si contaminano in varii modi. Scopre che per la maggior parte della storia i testi non sono stati sempre uguali a sé stessi, ma che hanno avuto varii testi che potevano essere ritenuti o definiti come erronei, ma anche tramandati come veri pure senza intenzioni falsificatorie: per l'appunto, più tradizioni anche di uno stesso testo. Questo colla filologia. Contemporaneamente e successivamente quindi, che l'errore è produttivo, come ci sono diversi errori in contemporanea, dato che fin troppo spesso le opinioni divengono fedi costrittive. Alla stessa maniera le singole civiltà nel loro insieme (diagrammi di Eulero - Venn) contengono elementi differenti diversamente coerenti, lungi dall'essere una liscia superficie uniforme senza grumi. Questo inestricabile intreccio multidisciplinare e policulturale (considerando come premessa che ogni cultura è essa stessa più culture) è la causa, il motivo, l'origine, è l'elideismo.

Potrà pur essere.

Si potrebbe anche dir vero che oggi si conferisce in "Occidente" troppa importanza al benessere fisico ed a quello economico; ma da qui giungere ad affermare che la buona vita degli antichi riguarda "parametri spirituali" v'è strada da fare: sembra una forzatura. Si capisce la prospettiva (casualmente, postsocratica) quando si legge: "che è alla base di una buona disposizione dell'animo". Platone la chiama eufrosine". Passiamo oltre l'uso di "animo" per 'anima', come sembra dal seguito, e tralasciamo la glossa immediatamente successiva. Ci troviamo di fronte alla scontata antonomasia per cui Platone - un certo Platone - è la Grecità, è il Greco; è anzi l'Uomo Antico in toto. Eppure...eppure la Grecità - se è legittimo usare la maiuscola - la Grecia era piena di palestre, dove certo si trovavano pure le biblioteche; eppure solo dopo mille anni Teodosio abolì la più grande celebrazione greca del corpo, le Olimpiadi; eppure nella kaloagathia greca pre- e -classica prima viene la bellezza, quindi la bontà della psiche; anche in Platone emerge che il bello è buono. Nel detto latino, la mente è sana "in un corpo sano", cioè serve un corpo in salute per pensare bene. E, tornando ai greci, se Aristotele non sostanzia il successo nella ricchezza, non propugna cinicamente la povertà: sarebbe meglio dire che non spinge al lusso, al fasto, all'esibizionismo. Questi sono sviluppi al limite alessandrini, ellenistici (cinismo, stoicismo; anche se non so si possano vedere Panezio e Posidonio come sostenitori della povertà, per indicare due stoici); per quello poi che ne sappiamo perlopiù da un tramite "ascetico" neoplatonico e neopitagorico frutto anche di selezione e trascrizione. L'autarchia, delle disponibilità di beni materiali che consentano di aiutare gli amici quando necessario, addirittura, non mi pare siano ritenuti una colpa. Tutto sta nella misura: non si proibisce l'esercizio fisico; non si pretende l'indigenza; non si sconsiglia il sesso: si censurano gli eccessi, si indica che sono dannosi. Si cerca di insegnare a sopportare anche le difficoltà. Poi sì, l'anima è superiore ed il corpo è uno strumento; ma anche il saggio abbisogna di uno strumento efficiente, e quindi il corpo deve essere curato, affinché possa svolgere correttamente il ruolo di supporto alle funzioni d'eccellenza dell'anima umana, quelle razionali. Il punto è che bello e buono sono connessi: in entrambi c'è una base da cui partire (vedi il brano citato sopra) la quale va migliorata, ampliata, educata, cercando un equilibrio funzionale. Soprattutto dopo Socrate la parte mentale è indicata come la più importante (tanto che all'interno del postsocratismo nasce la polemica cirenaica e poi al di fuori si sviluppa il Giardino); ma ciò non vuole automaticamente significare contemptus mundi quanto, oserei dire, un elideistico equilibrio fra mente e corpo.

venerdì 22 luglio 2016

Ospiti.

Entrambi gli individui - la situazione si edifica da due - che entrano nella relazione di ospitalità hanno doveri in essa: il principale è non imporre all'altro di assumere totalmente le proprie abitudini. Ciò, si ripete, vale per entrambi. Omero è (iperbolicamente) stracolmo di esiliati ospiti.

Insistendo.

Perseverando nel vincolare qualità esterne ed interne; rifiutando di seguire quanto non convinca nel complesso, si può almeno tentare di contrastare la supposta forza pressoché irresistibile di un preteso "tiranno"; certo, ciò ha pure conseguenze spiacevoli secondo il parere della maggioranza. Dice il saggio: "Meglio soli che male accompagnati". S'intende che l'equilibrato complesso delle (due?) parti, anche quando separatamente non "ottime", sia ritenuto in questa prospettiva preferibile all'insuperabilità fenomenica di soltanto una delle due (?) parti. D'altronde l'opinione di insuperabilità essendo opinione, è solamente relativa e personale.

Per esser brevi.

Sottotitoli sull'iconoclastia che, ugualmente "per brevità", vi risponderebbero quasi con certezza alcuni curatori editoriali, dimenticano quella cristiana, la quale ha pur sempre una lunga e "gloriosa" - sarcasmo - tradizione precedente a quella di altri.

Ogni stato.

Pare che ciascun singolo stato si ritrovi al proprio interno almeno una città cui "tutto è dovuto": in genere è la capitale; ma se sono più d'una, fin dai tempi in cui gli Assiri conquistarono Babilonia e ciononostante mantennero la capitale altrove, cominciano i problemi.

giovedì 21 luglio 2016

Lo stato.

Più che "la nazione": ho già fatto appunti sull'utilità di distinguere le due nozioni. Ma anche, e più e prima ancora, la nazione. Nella cosiddetta Turchia asiatica, per fare un solo esempio - perché di Turchie, linguisticamente parlando, ve ne sono varie separate fra loro, in Asia -, ossia in quella che fu pure precedentemente e attualmente per esigenza sinonimica chiamata Asia Minore, Anatolia etc., lungo una sequenza di secoli i sudditi han professato in maggioranza il cristianesimo ortodosso; ancor prima, per millenni, svariatissime forme di paganesimo. Così nel resto dell'orbe terracqueo, dove le religioni, se non son le foglie dell'albero, che ad ogni soffiar forte di vento o a ciascun autunno cadono al suolo della foresta dell'umanità, si potranno assomigliare ai rami, i quali dopo più tempeste si spezzano e pur essi cadono a terra e marciscono, nutrendo ciò che ad esse segue. Ogni popolo che s'atteggia a possessore eterno d'un territorio, lungi dall'essere autoctono, fu precedentemente altrove, e da quell'altrove giunse nel posto dove da un tempo relativo permane ottimamente; ogni popolo - o meglio, le sue classi dirigenti - che si presenta aborigeno di una religione non fu tale, ma sostituì con essa una precedente: in altri tempi ed in altri luoghi, nomade come tutti in tutto, ebbe altre religioni, come fu diversamente esso stesso composto, prima. Stato e religione, nazione e "fede" non s'identificano, ovunque. Non ho alcuna difficoltà a rifiutare la teoria delle "radici cristiane" d'Europa, se intesa in un certo modo, perché si basa su di una visione storicamente parziale, perché confonde volutamente un lungo periodo che si può dividere in due parti, quello del contrastato successo di una religione che, più d'essere nuova, si presentava come tale, e quello di religione ufficiale (e quindi obbligatoria), con tutta la lunga storia religiosa del continente. Così, ogni religione lungamente professata in un territorio, per secoli professata da un mutevole popolo i confini dei cui stati sono più volte cambiati, è parte importante della cultura (e perciò del riconoscersi) di un popolo in quel momento per lui attuale, tanto che anche chi quella religione rifiuta, ne è influenzato per varii aspetti; ma non è la sua radice.

Sono il primo...

...o perlomeno, di certo non l'ultimo, ad apprezzare le traduzioni, a difenderne una qualità, una dignità propria; a condizione di ricordarsi, esattamente per quanto formulato sopra, che autore e traduttore non si identificano, nonostante il principale sforzo di un traduttore debba essere avvicinarsi il più possibile allo stile dell'autore che converte nella lingua d'arrivo.

Notazioni II.

Si tenga conto che, almeno secondo le ricostruzioni storiche ad oggi circolanti, sia l'Italia che la Germania allo scoppio della Seconda guerra mondiale avevano già combattuto in Spagna per circa tre anni, oltre alla specificità italiana della guerra d'Abissinia; dunque, considerando il relativo breve periodo di detenzione del potere, il rapporto dei due regimi colla cartografia geopolitica, colla necessità di "adattarla" più che di "adottarla", fu lungo.

Continuo...

...quantomeno a dubitare della attiva e persistente democraticità di un governo che, già prima dei fatti recenti, chiudeva i giornali d'opposizione, non i luoghi dove la polizia inseguiva rei comprovati, flagranti di crimini. Teoricamente criticare il governo; ancor più criticare la deriva autoritaria,autocratica di un governo; massimamente criticare a mezzo stampa la spinta autocratica di un governo democraticamente eletto, proprio perché eletto con procedura democratica, che in democrazia si ritiene debba sopravvivere al singolo essere in carica di un governo, possono alcuni supporre sia esattamente l'espressione di una democrazia sana. Che poi non lo sia anche altrove fare l'elenco dei quotidiani "cattivi" in un'assemblea pubblica, concordo. Tuttavia, quanto sopra sembrerebbe motivare il dubbio nel caso particolare, od in entrambi i casi particolari.

mercoledì 20 luglio 2016

Notazioni.

Quando, in uno scritto sulla cartografia geopolitica negli anni della seconda guerra mondiale, si osserva come regimi attenti alla propaganda non abbiano saputo sfruttare (secondo l'opinione degli estensori) le potenzialità della cartografia geopolitica, e si indicano come fallimenti le carte geopolitiche fasciste della serie I nostri fronti di guerra, o quelle naziste del Soldaten - Atlas, forse, e dico forse, non si tiene conto che una carta di propaganda durante la guerra non ha da essere troppo precisa, dare troppe informazioni sull'evolversi operativo dei combattimenti, altrimenti rischia che lo "eccesso" di precisione, la sovrabbondanza dei dettagli permetta una ricostruzione critica autonoma dello scenario e rilievi da evitare sul modo di condurre le operazioni, la formazione di una opinione contraria al regime su di un tema cruciale in un momento "inopportuno"; dunque l'imprecisione può ben essere voluta e ricercata, segnalare un fin troppo acuto interesse per la disciplina. Una cartografia di propaganda è programmaticamente tendenziosa, tanto più in una dittatura in guerra: è precisa dove ritiene sia utile esserlo, e volutamente imprecisa dove si considera che sia meglio non fornire troppe informazioni, anche quando la sua rappresentazione sia in linea di massima vicina alla "verità".

La prima domanda.

Il primo interrogativo che sorge a leggere oggi uno scritto sulla difficoltà di comprendere gli ultimi avvenimenti, si erige allorquando giungiamo a leggere: "...terrorista, ma anche per l'anomalia della sua figura. Inassimilabile sia a quella del partigiano, sia a quella del soldato della fede". Nel resto dello scritto nessuno dei corni del dilemma viene analizzato. L'elideista si attenderebbe, data la storicità della lingua, l'esplicazione del termine "partigiano", indi quella del sintagma "soldato della fede". Nulla. Pare non vi sia bisogno di assegnare appunto esplicitamente un valore, di distenderlo, per nessuno dei due. Si presuppongono; si scontano - qui sì potendo anche interpretare: "si passano ad altri a poco prezzo" -. Che "partigiano" sia, assai più genericamente di quanto sottinteso, "colui che sostiene una parte" - filosofica, politica, familiar / gentilizia etc., ed anche religiosa - non viene indicato: ma anche un folle attentatore che uccide persone a decine e si fa uccidere è un partigiano. Indicare anche ciò come possibilità però darebbe un valore più prossimo certo al significato di maggiormente lungo periodo, ma entrerebbe in conflitto coll'unico senso che si assegna in Europa alla parola: un valore, una interpretazione unicamente positiva che discende dalla lotta di liberazione dell'Europa dal nazifascismo svoltasi nell'appendice asiatica circa settant'anni orsono. E' solo sulla base di tale preconcetto che l'uso diviene per recenti attentatori inammissibile: perché si è eliminata la possibilità che la parola abbia una valenza negativa, reprobatoria - che è una parola anche italiana -. Tutto quanto suesposto è per l'appunto un indice del perché si faccia fatica a capire certe cose. Circa il sintagma: ammesso che, una volta spiegato come storicamente parlando il "soldato" è colui al quale viene dato il soldo per combattere - sebbene a rigore chiunque venga pagato per svolgere un'attività si possa indicare col termine "soldato" -, esso valga per taluni attentatori, è sovrapponendo il soldato al miles che si genera "soldato della fede", e ad oggi esser soldato di una fede è soltanto utilizzare le armi per quella fede; ma inizialmente il "miles Christi" era tutt'altro che un cavaliere armato d'armi vere e massacratore: era piuttosto un debole uomo la cui unica spada era la parola, e l'armatura la fede che in spiritu lo difendeva dalle ferite e morte metafisiche, e gli faceva sopportare con fiducia il dolore e la morte fisica. Gli stessi diffusori della testimonianza cristiana (martiri: s'è già scritto del cambiamento di senso conferito dal cristianesimo alla parola, al punto che oggi ben pochi non ritengono esso il suo unico senso), quando si spingevano perciò a sacrificare - rendere sacra - la vita, erano ritenuti da chi li condannava a morte dei folli, di cui una sana umanità poteva certo privarsi senza troppi rimpianti. Anche spiegare che "fede" e "fede religiosa" non sono la stessa cosa aiuterebbe; chiarire che non necessariamente quando si parla di "fede" si definisce invariabilmente 'l'accettazione acritica di un messaggio religioso di salvezza fissato in un testo sacro con un'unica interpretazione da accettarsi universalmente e che comporta in caso di non accettazione l'eliminazione fisica di colui che non accetta' sarebbe giovevole. Almeno in una lingua da cui poi sono derivate numerose altre, a principio la fede sanciva il rapporto fra due persone (assai meno spesso in numero maggiore), indicava che una di esse aveva fatto all'altra una promessa e l'aveva mantenuta: così s'era instaurato un rapporto di fiducia - quel ch'una volta era fede ora è "soltanto" fiducia -: la società (un relativamente alto numero di individui reciprocamente legati da un patto di mutua assistenza) all'origine piuttosto ristretta, testimoniava il fatto che la promessa era stata mantenuta. Non si riesce a capire, se l'atteggiamento è monista, se il senso ammesso è uno solo, anche in una società che si proclama costitutivamente pluralista.

martedì 19 luglio 2016

Come individuare (Fondamento V ?).

Come capire pressoché a colpo sicuro che l'articolo su di una cantante donna lo sta scrivendo un giornalista "maschio": fatta la tara alle note di colore circa la barca affittata ad altri per prezzi non da operaio; alla pubblicità gratuita (forse) per un ristorante che frequenta quando si trova in Italia; ed all'accenno fatto alla passione per certe automobili di una precisa marca italiana (sempre "gratuito"?), lo capisci quando sottolinea compiaciuto "abitini succinti", "cosce tornite", e "dimenarsi" sul palco di una cantante "neo femminista". E' come la libertà di portare il velo cui hanno pare inneggiato alcune donne turche sugli organi di stampa dopo gli ultimi avvenimenti, vantando un grand'uomo come difensore di tale diritto: il problema, quantomeno a certi occhi, non è avere la libertà di indossarlo - che, lo ammetto, nella testa di alcuni si trasforma in obbligo di non indossarlo, il quale semplicemente si ignora, nei limiti della riconoscibilità, sociale e non "criminale", dell'individuo -, bensì avere la sicurezza che indossarlo rimarrà una libertà; che, nel caso si cambiasse idea, non si sia impossibilitate a toglierlo (Vedi il principio di estensione della libertà enunciato a Fondamento III).

Richiami.

O ricami? Bernardo Tasso, I tre libri degli Amori III lvii, 39: "dóglioso in vista, e pien d'orgòglio e d'ira". Anche se fosse un ricamo, la cosa non sarebbe necessariamente negativa.

lunedì 18 luglio 2016

Fondamento IV.

Tutela delle minoranze. Una maggioranza non è autorizzata, non può, non deve sconvolgere l'ordinamento dello stato (non le consuetudini parziali, anche se le leggi che regolano l'ordinamento sono la fissazione di consuetudini il più possibile condivise) a proprio vantaggio solo perché ha a disposizione una relativa e temporanea maggioranza negli organi di governo. Si veda Minoranze I, Minoranze II.

Fondamento III.

Dal precedentemente sviluppato discorso conseguirebbe che compito di uno stato democratico sia: 1) Mantenere e creare (si tratta di aggiungere libertà a quelle già presenti) le condizioni per un dibattito senza limiti di sorta alcuna, anche per estendere e non restringere le attività con cui garantirsi un'autosufficienza; 2) reprimere ogni tentativo di imporre qualsiasi cosa violentemente.

Perciò (Fondamento II).

In linea di principio nessuna opinione potrebbe - per quanto mal costruita, arraffazzonata, autocontraddittoria, minacciosa sulla base di esperienze pratiche passate - essere esclusa dal diritto ad essere espressa: a meno che non voglia imporsi attualmente (cioè ora e colle azioni), coercere la volontà del singolo e di più singoli - ma sempre visti nella volontà indipendenti, liberi - unico atto intollerabile.

sabato 16 luglio 2016

Fondamento I.

Il presupposto della laicità occidentale è la dimensione individuale - solo individuale, puramente singolare, esclusivamente individuale - dell'esperienza religiosa o politica. Un'esperienza che non vincola alcuna società: se non vincola neppure la società "minima", quella familiare, in quanto ogni esperienza ha da essere una scelta volontaria, libera, tantomeno lega aggregazioni - più "discorsive" che concrete - quali vie, quartieri, città, nazioni o continenti. Come già scrissi, in questo senso la libertà si intende come libertà di rifiutare, non violentemente.

venerdì 15 luglio 2016

Più forme.

"Temperano la retorica del solenne", scrive uno studioso descrivendo le figure umane da Terzo Stato, umili, inserite nella disposizione monumentale dei quadri di paesaggio urbano ricco di macerie perlopiù italico d'un pittore francese. Volendo stringerci per dir così allo "essenziale", non serve molto in aggiunta. Se di quanto sopra scrivesse oggi Auerbach, potrebbe forse trovare in una tale fine - settecentesca mescolanza il marchio dell'artista occidentale postbiblico, del Realismus influenzato da un atteggiamento maggioritariamente cristiano, anche se presente pure sul versante pagano del Tardo Impero; ma già l'egloga, scrittura comunque canonica la quale si esercita a dipingere ambienti georgico - bucolici, ci segnala che temperare la retorica del solenne sposta colui che analizza sulla Rota Vergilii; forma, meglio che una "altra" retorica, un altro genere, un diverso grado di retorica, con un suo aspetto peculiare di ogni autore.

Punto.

Volendo ammettere la possibilità di una definizione univoca del male, non v'è strumento che sia male in sé; piuttosto sarà "male", il modo in cui lo strumento (oggetto pratico, dottrina politica o religiosa) viene usato.

Il rispetto...

...per ciò che personalmente non si riesce a fare, soprattutto quando se ne ammette la complessità, sarebbe esercizio utile di una virtù.

Avete presente...

La varietà delle strutture di chiusura di un componimento anche solo in un libro e mezzo su cinque delle Rime di Bernardo Tasso, in relazione unicamente al sistema di separazione / congiunzione sintassi - verso per mezzo dell'uso dell'enjambement? E' interessante come la rassicurante ma anche noiosa ripetitività prenda un'altra luce... Avete presente che un autore ritenuto in Italia in massima parte secondario ha "fondato" la fortunatissima lira spagnola? Ecco.

giovedì 14 luglio 2016

Riscrittura XXIII.

Bernardo Tasso, I tre libri degli Amori II xc, 42: "Dal raggio di Lucina ardente e chiaro". Alcuni potrebbero 'rivedere' il verso così: "Dal raggio di Lucina algido e chiaro".

Esperimento cinquecentesco di stile "sovrapposto".

Bernardo Tasso, I tre libri degli Amori II lxii, 72 - 6: "E de le più perfette / cose, [ch'aveva col giudizio intero / scelte fra molte,] [con vivaci inchiostri / sparse le carte,] [eterno a' figli nostri / exempio d'eloquenza e d'onor vero;]". Dove l'enjambement istituisce una divisione ed un collegamento tramite punteggiatura, che è diverso da quello indicato dai versi, alcune rare volte formando "altri" versi.

Dove sono l'opposto.

Il contrario di un applicatore estremista del De interpretatione aristotelico è proprio là, di fronte a frasi granitiche come: "Pochi aggettivi, li tolga quasi tutti, non servono. E poi semmai molto precisi". Assai dialettico. Il maestro sopravvissuto della Retorica ("inventata" da altri), nel testo succitato, sfronda: hanno valore solo nome e verbo, il resto è sincategorematico. La cosa, in una prospettiva sulla parola all'ingrosso "mediterranea", da un angolo soprattutto antico, ha senso: coniugazione e declinazione includendo già una dimensione "relativa", adattabile, si potrebbe dire pieghevole circa quanto è fuori e quanto sta dentro, espansibile inoltre se necessario coi costrutti preposizionali in primo luogo, teoricamente ha poca necessità di "estensioni" quali l'ag- gettivo e l'av- verbio (assimilazioni di prefissi): le lingue classiche sono, almeno in rapporto alle lingue romanze attuali - e, vedremo, in parte pure altre - lingue "sintetiche", ossia che mantengono insieme in una sola 'posizione' più qualifiche. Il sanscrito aveva nella declinazione ancor più casi del latino, il latino più del greco, il quale però conosceva il duale ed era più ramificato temporalmente (si parla sempre dei periodi "aurei", per così dire). Ma le lingue moderne romanze, e l'italiano perciò anche, sono, più accentuatamente sul versante del nome, lingue analitiche, in cui le determinazioni si configurano assai più attraverso legami con preposizioni ed altri "accessori" - vedremo poi la dissenzione sul punto - in cui anche e soprattutto il nome è assai più "rigido". La censura della retorica come disciplina circa l'inganno si può dire nasca, oltre che per motivi di tipo differente, da una accusa assai più razionalmente fondata guardando alla "natura" od "essenza" delle lingue classiche, che a quella di quante hanno preso il loro posto. Di fronte appunto agli aspetti naturalmente "integrativi", inclusivi delle determinazioni, presenti nelle lingue classiche, nella loro declinazione e coniugazione, appaiono esaltate la ridondanza e la decoratività delle ulteriori "partes orationis"; risulta, secondo un certo angolo visuale fisso, sottolineato come, per usare una terminologia orientalista, l'aggettivo - e, parzialmente, l'avverbio - sembrino "parole vuote", raffrontate alla "pienezza" del nome e del verbo. Tuttavia, il francese, l'italiano, lo spagnolo, non sono così inclusivi: il francese antico aveva due casi; il tedesco attuale ne ha quattro, ma spesso le forme che si presentano nella declinazione (come, certo, già succedeva nelle lingue classiche e nel sanscrito) sono in numero inferiore. Consideriamo che certe lingue dell'Estremo Oriente "rinunciano" a distinzioni per noi ovvie, ad esempio, accennando ad un possibile ampliamento del discorso. Dunque, la retorica è in parte, come precedentemente scrivevo, necessaria alle lingue, per sostituire con circonlocuzioni ed altri mezzi termini che la lingua particolare non ha; tanto più in una lingua analitica la quale, rispetto ad una sintetica, è obbligatoriamente "più lunga" nell'espressione del pensiero; in misura ancora maggiore se la lingua analitica dà voce ad una cultura fortemente tradizionalista e perciò propensa ad opporre resistenza quando si tratta di assumere una parola che racchiude brevemente un concetto ma è "straniera". In particolare, nella posizione elideista,l'individuo è il centro, non il genere. Anche in questo caso ho già scritto che si tratta di esaminare, di rilevare, ed ancor più, di affermare come il singolo sia senza dubbio alcuno - a parte il del singolo dubbio continuo - sinolo: insieme unico di caratteristiche, al massimo della concessione mescolanza od equilibrio singolare di un insieme di caratteristiche le quali, seppur si ammettesse fossero tutte in un altro individuo, vi si troverebbero in una diversa gradazione rispetto a tutti gli altri. In linea di principio - in un caso particolare, di fatto - la relazione si instaura, od è tentata, con un oggetto, un animale, una persona particolare, per quanto gradito della inevitabilmente parziale percezione (ed iniziale elaborazione) dei vari aspetti di questi, che si dovrebbe tentare costantemente di approfondire, e di cui si dovrebbe cercare di cogliere ed accettare per quanto possibile i mutamenti sempre in corso nel "permanere" della relazione. La costruzione non si tenta con un concetto come oggi volgarmente inteso, e si vorrebbe non prendesse la forma di un gioco anche duro al prevalere dell'uno sull'altro; quindi aggettivo ed avverbio sono inscindibili dal resto dell'individuo, si oserebbe dire con paradosso fondamentali o sostanziali.

mercoledì 13 luglio 2016

Una visione...

Una analisi di un processo di creazione umana che tenga in considerazione i limiti delle capacità non soltanto del singolo uomo, ma anche dei gruppi di uomini, disposti sia sincronicamente che diacronicamente, ai miei occhi valuterà altamente probabile che le formule, per quanto utili a mantenere una stabilità in virtù del proprio essere memorabili, del proprio essere un supporto alla memoria, vadano incontro ad errore e degradazione, che le formule siano intaccate, e non solo perché la capacità umana ha termine ma, in alcuni casi, volontariamente. Per stringerci ad un tema "specialistico", il fatto che il verso omerico manifesti una formularità la quale, alcune frequenti volte, si incarna in una identità, non vuol dire che verso formulare e verso identico siano tutt'uno. Anche nel caso in cui i materiali tradizionali vengano custoditi da memorizzatori specializzati che intervengono durante l'esecuzione per suggerire all'aedo in difficoltà od addirittura per correggerlo durante la pubblica declamazione, sarei propenso a credere che queste cautele riducano ma non impediscano "errori". Dunque, un verso formulare non è un verso che è sempre identico a sé stesso, ed un testo formulare non è un testo in cui alcuni più o meno numerosi versi formulari ritornano in parti differenti del o dei testi sempre, invariabilmente, immutabilissimamente uguali a sé stessi, anche in ragione del fatto che la variazione in alcuni casi può essere voluta. Ciò mi ricorda una vecchia bozza di critica ad uno scritto introduttivo delle Dionisiache di Nonno di Panopoli, dove osservavo che alle volte i critici individuano in un autore una tendenza stilistica fortemente maggioritaria e la trasformano in una costante; peggio, in una legge che non può non avere perpetuo ricorrere là dove il critico si attende che ricorra. Ma la varietà signori, la varietà: lo stile è una tendenza maggioritaria. Variare sempre è impossibile, certo; ma l'artista, anche quello "classico" vario per quanto possibile, anche quello che, pur volendo essere tale, nei risultati si giudica generalmente non lo sia e perciò ripete oltre il voluto, anche quello, sempre parte del multiforme àmbito classicista, affezionato a certi punti, a "lasciar cadere" echi di alcuni testi nel proprio esattamente, a motivo del fatto che sono classici, prima o poi modifica consapevolmente - sebbene nella maggior parte dei casi lo faccia in un modo in cui la consapevolezza, l'autocoscienza può essere esclusa - la propria preferenza od il proprio limite; dalla parte opposta del crinale, persino il poeta arcaico od arcaicizzante farà alcune volte altrettanto appunto partendo da una impostazione "opposta", avendo anch'egli bisogno d'evitare all'ascoltatore o lettore l'orrido, informe mostro della sazietà. Dopo qualche tempo passato a leggere di formularità epica.

De lectione (Provincialismo IV).

"Lettura, lectio, ōnis". Termine latino poi specializzatosi nel senso della lettura scolastica seguita da commento. Seguendo oggi lo sviluppo, il libro è divenuto come il mobile, un bene trasportabile ma meglio se monetizzabile, un pezzo d'arredamento più che di corredo, più che un oggetto a coronamento dell'umanità dell'uomo. Almeno, poiché gli editori italiani prendono a modello per un futuro salone del libro i saloni del mobile, appare quantomeno, che essi considerino il libro alla stregua del mobile, col che forse molte cose si spiegano. Che si scrivano libri sui mobili, siam d'accordo; persino possiamo concordare che affrontato in un certo modo, anche a prescindere dagli anelli (se, poi, il mobile è di legno), ogni mobile sia un libro. Decisamente però, i paralleli si francesamente arrestano, terminano qui; almeno per un umano in particolare. Questo, sebbene non si possa negare la variante mobilità del libro, anche se essa non è automobilità (d'altronde, a rigore, non ha affatto tale caratteristica la cosa quale è oggi antonomasticamente definita automobile). In fondo, se i libri fossero come i mobili effettivamente, ce ne sarebbe qualcuno, anche usato, indefettibilmente in ogni casa. Bisognerebbe emancipare il libro dall'obbligo. Scolastico: nel momento in cui 'libro' è ciò che sei costretto a comprare per compiere un obbligo, è la fine; quando l'obbligo è espletato, tutto quanto è parte del fardello approda, con gioia della maggioranza, al falò.

martedì 12 luglio 2016

Addizione a: “D'attorno alla pia 'ipocrisia' di Enea”.

Dove si trova scritto: "se è vero che il fondatore della gens Iulia è, proprio in rapporto ad Ettore, pietate prior (Aen. XI,291 - 92: "Ambo animis, ambo insignes prestantibus armis: / pietate prior"), è anche vero che si tratta, per quanto riguarda Ettore, di una rocca di Troia insigne per affetto verso i genitori, il figlio e la moglie (secondo l'ordine d'importanza dell'epoca), che proprio Ettore è il modello virgiliano di Enea, per questo aspetto". Si aggiunga: "pare poi naturale che, nel momento in cui si vuole conferire eccezionalità al protagonista, fondatore del più grande impero del mondo, del proprio poema – manifesto, esso protagonista appaia non poter essere 'secondo' all'eroe valorosissimo sconfitto del poema cui ci ispira e che si sfida – primo fra i tanti – nel suo tratto più memorabile, eroe appositamente presentato in avvio del poema ad investire il protagonista (benché il finale dell'Iliade lasci baluginare nella ferocia di Achille una pietà preconquista fors'anche motivata dall'ormai certa vittoria: ma potremmo limitarci al tratto fino a 'pietà', senza spingerci in troppo ardite ipotesi), e quindi dedurne che il brano di cui sopra sia conseguente rispetto sia alla più tradizionale autorappresentazione romana, sia alle esigenze generali dell'opera".

Alcune.

Alcune questioni preliminari su di una scrittura. In principio era il fatto che scrivere sembra facile. Oggi, persino poesia; ossia, vulgariter, versi. Tecnicamente, è scomparso qualsiasi obbligo formale, qualsiasi precetto, che ha soltanto una dimensione storica, ossia proiettata dal passato sulla parete del sempre mosso presente. Niente misure fisse, niente rime, niente strofi - rifacendosi per brevità ad una tradizione -. Ed invece è difficile scrivere. Scrivere romanzi in prosa. Assunto poi che si voglia comporre l'ennesimo individuo potenziale esemplare di questo genere cannibale, divoratore di tutte le alternative, in prosa; perché se qualcuno non aderisce all'invasivo monismo imperante, secondo cui si possono creare miliardi di cose ma, una volta deciso che cosa, in questa libertà universale della creazione dal nulla, conclusivamente, c'è un solo modo per condurre in porto esattamente l'opera, a partire da quell'uscita si affacciano possibilità, piste differenti. Allora, deciso di scrivere un romanzo, ci sono almeno (al meno, non al più; quindi potenzialmente anche altre) due iniziali decisioni distinguibili da prendere: a) in che lingua (ed invero, chi dice che la lingua debba essere una?); b) Romanzo: 1) in prosa; 2) in versi; 3) prosimetro? Risolti questi iniziali problemi teorici, ecco che si pone il primo problema pratico, dato che la prefazione e l'introduzione possono essere lasciate per ultime, una od entrambe eventualmente affidate ad altri: in che maniera cominciare? L'esordio. O meglio - si vede la complessità - cominciare a tracciare almeno un abbozzo del primo personaggio e dell'iniziale ambientazione - persino il vuoto, od il tentativo di rendere una dimensione sospesa ed indelineata, uno sfondo volutamente vago etc. -, anche coll'unità di tempo e di luogo. Quindi, se si è deciso per un ambiente tratteggiato con linee distanziate più o meno, bisogna sciogliere il dubbio se iniziare con una descrizione "pura" o per mezzo di una azione; se il primo attore nel seguito risulterà il protagonista, oppure ce ne saranno vari. Il personaggio con cui si inizia potrà inoltre essere il narratore, ma non d'obbligo per l'intero svolgersi della vicenda. Et cetera. Tralascio la disputa interiore circa il modo di esprimersi dei personaggi che agita l'onnipotente, ed una infinità di altri particolari, come per esempio il bisogno di contenere in dimensioni accettabili, o di transfigurare, gli elementi autobiografici mentre si cerca di non eccedere all'opposto nei rimandi ad altre opere che possano essere troppo facilmente sottoposti a rintracciamento di ascendenti, sapendo bene che entrambi i fenomeni non possono essere al tutto eradicati dall'esercizio scrittorio, ovverosia sono inevitabili. Solo alcune linee fondamentali del problema.

lunedì 11 luglio 2016

Sulla costanza del personaggio, aggiunta.

Perché la morte per mare è morte in cui anche i più coraggiosi hanno diritto a disperarsi, e quindi Giraldi poi sbaglia quando critica Trìssino? Giovan Battista Pescatore, La morte di Ruggiero XXXVIII ii: "Rosmonte, il re d'Algier, e gli altri tutti, / che con l'istessa morte avrìan battaglia, / presi nel mezo essendo di tai flutti, / ove non giova punto la scrimaglia, / a tale son da la pioggia ridutti, / e dal rio vento, che sì li travaglia, / che non solo una morte, ma ducento / temeno, e han dal core il valor spento".

Descrizione.

Tutto ciò che è al di sotto di un preciso livello - quale? - di descrizione non è descritto? Sono propenso a credere in vari gradi di descrizione. Quindi, vari gradi, se non addirittura generi, di logos, da svariati anni. Visto dalla parte opposta, si potrebbe dire che non esiste eccesso di descrizione, poiché nessuna descrizione, per quanto lunga, rende esausto o sovrabbonda il descriptum, semmai il recettore della descrizione. E conseguentemente si tratta di un problema legato alla capacità - differenziata da singolo a singolo - di recezione. La forma recezione è volutamente riscattata dalla gabbia dello specialismo giuridico.

domenica 10 luglio 2016

venerdì 8 luglio 2016

Dallo studio... (in memoriam).

...sull'inarcatura (enjambement), Bernardo Tasso Rime I xviii*, 7 - 8: "Credendo di ben ir, ne le ruine / caddi".

Giovan Domenico Peri.

Fiesole distrutta VIII 19, 1 - 2: "Prefisso è in ciel, così gli eterni auspici / predisser già son corse etadi e lustri". Secondo determinate teorie predissero, predicono e prediranno, tutti assieme, poiché in quell'essere non vi sarebbe distinzione fra passato presente e futuro: il futuro è presente ed il passato è presente; non forse sarà il caso di spingersi ad affermare che il passato è futuro ed il futuro passato, e che il presente è passato e futuro, tuttavia...

Come scrive...

...Bernardo Tasso nell'epistola dedicatoria delle Rime Al Prencipe di Salerno suo Signore, quasi all'inizio: "con una sciocca arroganzia darsi ad intendere d'esser solo alla cognizione della verità è colpa non solamente da esser ripresa, ma castigata". Dice molto anche sul contemporaneo, icasticamente.

giovedì 7 luglio 2016

Per l'elideismo...

I composti verbali hanno una loro validità, pur se essa non esime da una spiegazione. Quando afferma che "l'individuo è sinolo", l'elideista intende che è individuo tutto intero, il singolo batterio e l'unica massa - l'uso del termine è provocatorio? - di caratteristiche singolarmente combinate in modo particolare della sola balenottera che è la più grande del mondo, essa sola. Ogni classificazione e raggruppamento è visto avere il proprio senso nel "a particulare ad generalem", e non nel "a generale ad particularem" - scartiamo al momento "universalis, -e", troppo caricato in una direzione interpretativa -; d'altronde ogni mutamento di successo ac- cade nell'individuo e posteriormente si diffonde, viene accolto per tramite della patibilità in altri singoli. La specie, secondo tale impostazione, si riproduce dunque per mezzo dell'individuo; ma l'unico mezzo che la specie ha per sussistere e propagarsi è l'individuo: l'individuo si scinde o si gemma, seppur può sembrare paradossale. La Specie ed il Genere, sono astrazioni intellettuali, non possono generarsi ipeuranicamente da soli. Dunque, fondamenti due, strettissimi: individuo e relazione (relazione fra un individuo ed un altro individuo). E' proprio la sua differenza (duifferenza, multiferenza?) la sua varietà, che legittima l'esistenza dell'altro senza maiuscola. Individualismo (persino egometismo) sociale. Ne consegue pure il diritto del particolare a mutare non solamente negli altri.

Novità?

Scrivere agli amici in poesia si fa quantomeno dai tempi del venusino Quinto Orazio Flacco. Non c'è bisogno di "insultare" i morti cercando di spacciare per pratica rivoluzionaria ciò che non lo è onde dar ad un compianto la soddisfazione di esplosive vendite postume. Amerei quindi si presentasse ciò che si ritiene valido, non il nuovo. Che perlopiù non è tale - ed utilizzando "perlopiù", mi limito -.

mercoledì 6 luglio 2016

Comunque...

...anche semplificando al massimo secondo certi ordini d'idee, non ci sono solamente tre religioni al mondo - o peggio, due -, ma ben di più. La loro mortalità è strana, qualcuno potrebbe dire. Di questo però ho già scritto.

Per paradosso.

Anche parlare "senza errori" la lingua ufficiale dello stato fra i cui cittadini si viene annoverati, od una delle lingue tutelate dalle leggi di quello stesso stato, è praticamente - in senso etimologico, non indebolito - impossibile. Esprimersi più o meno correttamente rispetto ad una "lingua ideale" è possibile: far vivere tal lingua ideale senza soluzione di continuità nell'espressione quotidiana individuale è uno dei tanti sogni irrealizzabili demandati dall'uomo trascendentale all'istruzione pubblica: lo sforzo d'essa è mantenere l'esercizio singolo il più vicino possibile a tale impossibile da concretare.

martedì 5 luglio 2016

La varietà.

Nell'individuo la varietà, la differenza, è discontinuità? O lo è piuttosto rapportato ad un gruppo? Ma se l'individuo ha un limite che lo separa da un altro individuo, questa separazione è un non - senso? Ma il mantenimento ed il rafforzamento dello specie non pare sia favorito dalla mescolanza delle singole differenze a formare una nuova differenza singola più forte? E l'accentuazione di uno stesso carattere non approda più che di frequente nell'incremento del danno e nella messa a rischio della sopravvivenza di un qualsiasi livello dell'albero linneano? Bisognerebbe ad esempio chiedersi perché ad un certo punto la "selezione naturale" si è così accentuatamente trasformata in "selezione umana" delle specie naturali. E, se insistiamo a troncare il legame fra uomo e natura, la selezione umana non si è esercitata e non si esercita pur ora solo sulle "specie naturali".

lunedì 4 luglio 2016

Stupirsi.

Stupirsi senza motivo della forza identitaria delle "piccole patrie" dentro le patrie, del cosiddetto campanilismo. Invece i motivi di tale forza sono innumeri, ma se si può scavare il proprio letto nuziale in un albero... Cercate "radici"? Paradossalmente, ci vuol poco a crearle, perché con facilità un umanoide assume che ciò che gli sta attorno sia prima suo che degli altri. Persino la campana è campanilista, poiché prende il nome dalla Campania, come la campagna in Italia (e vedi, in altra "declinazione", Champagne, che non è soltanto il nome di un vino).

venerdì 1 luglio 2016

Un sistema.

Ha bisogno di un nemico credibile per esaltare i propri punti forti. Quando lo perde emergono in tutta evidenza i difetti inevitabili che la contrapposizione metteva in un angolo buio.

Il condottiero dei Mirmidoni.

Che anni fa è entrato a Troja con più di due millenni di ritardo sugli altri capi achei. Giusto, poiché gli avevano raccontato che la morte precoce fosse il prezzo per la gloria, ma poi pure Ulisse l'ha avuta, e Diomede anche: ben pochi morti anziani nel proprio letto, è vero, fra cui quel troppo fortunato di Menelao (insomma, poi...), e tuttavia. Insieme al figlio di Teti, appunto d'Ulisse, Ettore, Protesilao, persino Paride e Troilo - Troiolo - e, per finir, Palamede hanno scritto; e scrivono, soprattutto. Non uno che giraldianamente si dia oggi da fare, ancor oggi, per trattar d'un eroe la cui storia sia quasi tutta da fare, abbenché le favole nove siano più maravigliose per lo pubblico, et arrechino perciò più diletto. Nessuno che scriva di Elefenore, in questo mondo che non è affamato di originalità, bensì è l'originalità stessa.