mercoledì 20 luglio 2016

La prima domanda.

Il primo interrogativo che sorge a leggere oggi uno scritto sulla difficoltà di comprendere gli ultimi avvenimenti, si erige allorquando giungiamo a leggere: "...terrorista, ma anche per l'anomalia della sua figura. Inassimilabile sia a quella del partigiano, sia a quella del soldato della fede". Nel resto dello scritto nessuno dei corni del dilemma viene analizzato. L'elideista si attenderebbe, data la storicità della lingua, l'esplicazione del termine "partigiano", indi quella del sintagma "soldato della fede". Nulla. Pare non vi sia bisogno di assegnare appunto esplicitamente un valore, di distenderlo, per nessuno dei due. Si presuppongono; si scontano - qui sì potendo anche interpretare: "si passano ad altri a poco prezzo" -. Che "partigiano" sia, assai più genericamente di quanto sottinteso, "colui che sostiene una parte" - filosofica, politica, familiar / gentilizia etc., ed anche religiosa - non viene indicato: ma anche un folle attentatore che uccide persone a decine e si fa uccidere è un partigiano. Indicare anche ciò come possibilità però darebbe un valore più prossimo certo al significato di maggiormente lungo periodo, ma entrerebbe in conflitto coll'unico senso che si assegna in Europa alla parola: un valore, una interpretazione unicamente positiva che discende dalla lotta di liberazione dell'Europa dal nazifascismo svoltasi nell'appendice asiatica circa settant'anni orsono. E' solo sulla base di tale preconcetto che l'uso diviene per recenti attentatori inammissibile: perché si è eliminata la possibilità che la parola abbia una valenza negativa, reprobatoria - che è una parola anche italiana -. Tutto quanto suesposto è per l'appunto un indice del perché si faccia fatica a capire certe cose. Circa il sintagma: ammesso che, una volta spiegato come storicamente parlando il "soldato" è colui al quale viene dato il soldo per combattere - sebbene a rigore chiunque venga pagato per svolgere un'attività si possa indicare col termine "soldato" -, esso valga per taluni attentatori, è sovrapponendo il soldato al miles che si genera "soldato della fede", e ad oggi esser soldato di una fede è soltanto utilizzare le armi per quella fede; ma inizialmente il "miles Christi" era tutt'altro che un cavaliere armato d'armi vere e massacratore: era piuttosto un debole uomo la cui unica spada era la parola, e l'armatura la fede che in spiritu lo difendeva dalle ferite e morte metafisiche, e gli faceva sopportare con fiducia il dolore e la morte fisica. Gli stessi diffusori della testimonianza cristiana (martiri: s'è già scritto del cambiamento di senso conferito dal cristianesimo alla parola, al punto che oggi ben pochi non ritengono esso il suo unico senso), quando si spingevano perciò a sacrificare - rendere sacra - la vita, erano ritenuti da chi li condannava a morte dei folli, di cui una sana umanità poteva certo privarsi senza troppi rimpianti. Anche spiegare che "fede" e "fede religiosa" non sono la stessa cosa aiuterebbe; chiarire che non necessariamente quando si parla di "fede" si definisce invariabilmente 'l'accettazione acritica di un messaggio religioso di salvezza fissato in un testo sacro con un'unica interpretazione da accettarsi universalmente e che comporta in caso di non accettazione l'eliminazione fisica di colui che non accetta' sarebbe giovevole. Almeno in una lingua da cui poi sono derivate numerose altre, a principio la fede sanciva il rapporto fra due persone (assai meno spesso in numero maggiore), indicava che una di esse aveva fatto all'altra una promessa e l'aveva mantenuta: così s'era instaurato un rapporto di fiducia - quel ch'una volta era fede ora è "soltanto" fiducia -: la società (un relativamente alto numero di individui reciprocamente legati da un patto di mutua assistenza) all'origine piuttosto ristretta, testimoniava il fatto che la promessa era stata mantenuta. Non si riesce a capire, se l'atteggiamento è monista, se il senso ammesso è uno solo, anche in una società che si proclama costitutivamente pluralista.

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