martedì 30 agosto 2016

Il Concilio di Trento.

Ha fissato la definizione di diritto canonico [del cristianesimo cattolico] circa il matrimonio. So che mi si dirà: "E' stato scritto così per brevità". Eppure, una frase in corpo minore come: "Perché resiste un modello di unione sancito dal concilio di Trento", afferma comunque un'ideologia - di lungo termine nelle varie chiese nonché nei monoteismi - proprio all'interno di un discorso che poi si mostrerà socinianamente teso ad una lettura che qualcuno potrebbe trovare eccessivamente moderna del diritto canonico stesso, benché brillantemente fondata nella lettera d'esso. Tale ideologia è (presente) che il matrimonio sia cristiano, ebraico etc. Certo, sacralizzare un istituto facendolo creare da Dio è normale nelle religioni; per quel che riguarda il matrimonio, potrei persino dire che è una legge. Tuttavia, poiché per esempio il levirato risale a ben prima del Concilio di Trento, della chiesa cattolica, dell'ebraismo (dato che sospetto che il matrimonio, anzi l'unione dell'uomo colla donna, persino non volontaria - e l'unione volontaria ancor oggi, considerando il complesso del mondo, è meno frequente di quanto, giustappunto, si voglia credere - sia stato precedente a qualsiasi religione, od al massimo contemporaneo a qualunque embrione di religione, la quale è l'ammantamento colla divinità delle tradizioni di un popolo, onde rimanga popolo), par chiaro che la sanzione conciliare non ha stabilito il matrimonio; non ha dimostrato l'appartenenza esclusiva dell'istituto alla religione particolare, nella misura in cui la parola stessa è parola ereditata dal "paganesimo" (e si veda la storia della parola heres), nel caso in questione latino. Come ammette anche l'estensore dello scritto che qui si commenta, il decreto Tametsi "fissava la cornice giuridica" - invero di diritto canonico; si dava allora per presupposto che il codice civile avrebbe seguito: oggi non più si presuppone - "e concettuale del matrimonio". Accennare che fino ad allora si era sostanzialmente adattato il matrimonium latino al contesto cristiano è una operazione di messa in secondo piano di un elemento "pericoloso": una concessio. Che poi la citazione di "coitus matrimonium non facit, sed maritalis affectio" possa fungere da pezza per appoggiarvi il discorso successivo secondo cui il matrimonio non è vincolato ad un solo tipo di coppia, stando aderentissimi a quanto è in encausto, certo risulta soluzione brillante; ma è come citare l'altro canone secondo cui il matrimonio deve essere libera scelta dei due contraenti: si cerca un'interpretazione utile all'argomento; ma, rimanendo entro il quadro, si riconferma la validità generale e giustifica l'altra lettura: il problema per cui tale secondo è stato per secoli in effetto, come si dice, "lettera morta", non si sposta affatto; e così sarebbe anche per la visione rigida dell'altro. In teoria quindi, basterebbe stabilire che il matrimonio, nel quadro della convivenza civile, non è affatto legge divina, ma umano istituto, regolato a scopo d'ordine il rapporto liberamente contratto fra due individui finché concordi a mantenerlo valido. Tale umano istituto ha avuto ed ha déi diversi a "legittimarlo". E questi déi sono alle volte lo "stesso" dio, viste le divisioni interne a quelle religioni che insistono a definirsi, quando enunciano i grandi principi, una sola religione che poi nella pratica nega la propria unità; religioni tali son piene di "fratelli che sbagliano" (gli altri), i quali molto spesso vengono piamente corretti colla soppressione della vita fisica, non bastasse casomai la certa nella fede del soppressore eterna punizione metafisica futura di colui che è in errore.

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