venerdì 30 settembre 2016

Domanda.

La voce general si dice onore?

Il marmo...

...bianco nella statuaria greca in pietra era prediletto totalmente candido perché la posa dei colori risultava meno problematica: le statue non erano difatti semplice, "banale" pietra scolpita, ma colorate e vieppiù, dotate di vari attributi, strumenti etc., indi la statua in mero marmo bianco è un equivoco postclassico (nel senso di "civiltà classica" d'uso oggi maggioritario).

giovedì 29 settembre 2016

Obbiettivo.

"Scambiamoci le nostre certe sovrabbondanze, io e te, per colmare le nostre inevitabili povertà".

La citazione...(Due gabbie II).

...scoperta, anche solo l'aria di qualcos'altro, ha da essere il più possibile volontaria - perché, si reprima quanto si voglia la propria formazione, ci si sforzi al proprio massimo per non esibirla, essa troverà un varco comunque, occhieggerà involontariamente in qualche luogo -: dunque, si potrà fare con parsimonia volontariamente, ché contro la propria volontà si avrà ben spesso.

Due gabbie.

Che si potrebbero trarre da un illustre parere sulla musica, il qual lamenta che d'un musicista proveniente da una città con una fastosa storia musicale, s'avverta troppo poco l'origine nella scrittura. Nonostante la grandezza del giudice: rifar troppo il non proprio non è bene; ma rinchiudere qualcuno nello sgabuzzino etnico, pretendere che scriva in modo da far riconoscere d'acchito il luogo di nascita, è richiesta anch'essa non delle migliori.

In nessuna cultura.

Non v'è stato alcuno che possa vantare con fondatezza l'isolamento e l'isolabilità di un nucleo puro ed originale del proprio territorio nella cultura che vive, elaborato esclusivamente da uomini sorti nella notte dei tempi dalle zolle di un determinato paese. Ogni cultura è il risultato di un miscelamento di elementi eterogenei, "eterocliti" - posto che l'irregolarità in un fenomeno il quale è l'irregolarità e l'eccezione stessa... -, di provenienze varie ed "esterne".

mercoledì 28 settembre 2016

Anche gli oranghi...

... sono intelligenti? Se già l'intelligenza umana s'è fatta in anni freschi plurale, è divenuta intelligenze, se ne potrebbe non del tutto illegittimamente derivare la conseguenza che, adattando la definizione alla diversità fra specie animali - in senso "volgare": devo finire quello scritto sulle piante animali ma non bestie, belve, se si parte dal presupposto che le prime siano dotate di anima vegetativa; di lì si avrebbe a salire - chi sa gli sviluppi.

Qualsiasi.

Ogni singola opera d'arte "non è vera", se si ha un'idea che potrebbe parere piuttosto ristretta del valore da assegnare al termine "verità". Ripeto, è il problema cui cercò di dare soluzione l'idealismo ponendo a base del discrimine il principio d'identità, in quanto l'unica "replica" esatta di un individuo è quell'individuo stesso (trattando del fenomenico e non dell'iperuranico, che invece era il fuoco d'interesse della dottrina), nella sua molteplicità di mutazioni. Chiedersi dunque se "può un documentario candidarsi all'Oscar come film" è obliterare il "fatto" che: a) il documentario è un film, in primo luogo perché lungo quasi tutta la storia del cinema si usò al fine di girarlo pellicola, come per un film "di finzione": si dovrebbe scrivere "(film) documentario", ma la consuetudine a sottintendere ha finito per cancellare nella percezione più diffusa il sottinteso; b) anche il documentario è fictio, nel senso che quanto si vede e sente: 1) non riproduce comunque tutta la vita - esistenza dell'animale / pianta etc.: dell'oggetto il quale è delle riprese soggetto; 2) per esigenze di tempo e stilistiche - notisi - il montaggio scarta la maggior parte del girato e lo ordina, come nel film di fantasia, in un certo modo a scopo narrativo e / o didattico: quest'ultimo scopo sarebbe ciò che fa del documentario sé stesso e perciò, in certe discussioni, "altro" rispetto a quel prodotto cui viene comunemente riservato il nome "film". Dunque, allorquando ci si chieda se si possa far partecipare un documentario ad un concorso per film, la domanda potrebbe valutarsi come mal posta; se ci si arrovella invece sulla legittimità dell'ammissione del documentario alle sezioni di concorso riservate ai film di finzione - poiché sembra di dover concludere per una definizione del genere, dato l'oggetto del contendere - tutto dipende dai limiti che si assegnano al termine finzione; indi per cui si tratta di accordo, consuetudine. E' lo stesso discorso per cui si potrebbe, secondo un determinato tipo di rigore, affermare che non esistono i romanzi "non - fiction".

martedì 27 settembre 2016

Le leggi.

Leggo stupore in una dichiarazione di un laico; un laico che si stupisce irritato ed indignato che un vescovo a capo di una conferenza episcopale retoricamente chieda a chi spetta il potere di stabilire il limite fra legittimo ed illegittimo chiamando in causa l'Etica, camuffando con il grecismo una falsa distinzione. Infatti col grecismo si intende qualificare l'Etica come ciò che stabilisce i valori universali in contrapposizione alle consuetudini, alle leggi, e talvolta persino alla Morale. Mi stupisco che un laico cada ancora nella trappola di indignarsi quando un gerarca religioso (e chissà, magari nella parola gerarca l'estensore cela allusione ad un periodo storico relativamente recente) propugna posizioni in termini di diritto che pongono i valori religiosi, l'interpretazione di ciò che è obbligatorio da parte della specifica sua religione, al di sopra dei codici. Ricordo che ancora Selden sosteneva che il testo sacro, le sue prescrizioni (scritte, appunto), il diritto naturale ed il diritto delle genti coincidessero, fossero la medesima cosa. Ovviamente con "testo sacro" intendeva la Bibbia, e con "legge divina" quanto, di ciò che nella Bibbia è scritto, si presenta o può essere valutato come legge (quasi, se non tutto, in certe posizioni). Si allarghi, essendo la fenomenologia cristiana solo un esempio usato perché più conosciuto, in linea di principio alle altre religioni. Dunque, nessuno stupore, ma l'accadere di un evento la cui probabilità si poteva ritenere altissima, qualunque sia l'opinione che un individuo ha sulla legittimità d'intervento delle religioni circa le decisioni degli stati coll'intento di condizionarle. Perciò lo stupore del laico deve essere artefatto, e l'intervento basato sul principio dell'opposizione manifesta come antidoto a quello che legalmente viene definito silenzio - assenso, e proverbialmente in Italia: "chi tace acconsente".

Forse.

E' il caso di ricordare ogni tanto che la Svizzera non è nella CEE - quella che a Bruxelles ed altrove, quando son buoni, chiamano Unione Europea; altrimenti, ancor più falsamente per il modo più diffuso di ragionare, Europa - ed abdicare all'idea che gli altri paesi del continente, quelli che ne occupano la maggior parte del territorio, siano un "cortile di casa" del MEC. Sì, l'impressione che si ricava osservando alcuni dettagli in verità piuttosto in vista è che da qualche anno il "grande progetto" liberale di pace economico - militare (dove la seconda forma di pace dovrebbe conseguentemente derivare dalla conciliazione dalla composizione dei problemi internazionali che portano alla prima) in almeno una parte del nostro continente sia diventato uno scimmiottamento degli Stati Uniti d'America, una "foederatio sine foedere" nel senso di "sine republica", al contrario di chi almeno è uno stato: che si accaparra in esclusiva il nome non suo di un continente per il resto declassato - perché l'intento è quello - ad "Indie Occidentali", ma almeno è uno stato che come tutti gli stati cadendo nella consueta fallacia si crede eterno, esprimente così la propria proiezione all'esterno, avendo all'interno un'immagine la cui relativa fondatezza è solo ora messa in dubbio, si può credere temporaneamente. In fondo, la Svizzera aderisce a certi "accordi" come la libera circolazione delle persone - che invero sarebbe più quella dei cittadini degli stati aderenti alla sopracitata CEE - delle merci e dei capitali (in ordine ascendente di importanza nella concezione della supposta dirigenza che si incontra ora a Strasburgo ed ora nella capitale del Belgio - oltre che per interesse, poiché è circondata da una parte geograficamente minoritaria di un continente penisola dell'Asia raggruppata in un insieme economico in massima parte dipendente dalle materie prime di paesi che non ne fanno parte: non mi stupirei se qualcuno entro i confini della Federazione (guarda caso, nonostante alcune preoccupazioni), parlando dell'UE, rievocasse erroneamente gli Asburgo, che una qualche ampia concordia d'intenti l'avevano.

lunedì 26 settembre 2016

E tuttavia...

"E' estremamente difficile immaginare che un'idea così 'particolare' (l'idea che i problemi riguardanti la realtà oggettiva non possano essere risolti, e questo non per difficoltà pratiche, ma in linea di principio) potesse essere concepita diverse volte indipendentemente", leggo. Eppure, alcune branche della conoscenza utilizzano il principio della poligenesi; perché l'estremamente difficile, per quanto la sua possibilità sia molto bassa, non è la stessa cosa che l' impossibile. Come già scritto: costringere ciò che è semplicemente una alta frequenza a divenire una irrefragabile legge.

A.

A continuare nella trascuratezza retorica della scrittura (e stilistica: ne sto "discutendo" in questi giorni con un critico morto) quando in un genere in voga qualcuno sfrutta una metafora mezzo "originale" - anche metafora è parola di successo, se riesci ad ottenere quanto si accennerà) il novanta per cento dei quotidiani mondiali scolpirà nelle nuvole l'elogio di come tu sappia sondare le oscure profondità della lingua. Diceva quel belga che la retorica è quotidiana e che a volte la genialità di un retore - scrittura e parola in pubblico, quantomeno - è saper ridare potenza ad una figura banalizzata; dunque semmai la superficialità è doppia: degli scrittori, ma forse ancor più dei critici, in questo mondo in cui un'arrembante massa che ripete: "Senza fare retorica", forse neppure si rende conto di contraddire quel che dice o scrive nel mentre stesso in cui pone i caratteri sulla pagina od emette un'articolata di senso massa d'aria al di là del limite segnato dalle labbra.

venerdì 23 settembre 2016

Umanesimo (Scienze II).

In una introduzione ad alcune opere di Sigieri di Brabante si scrive che il De aeternitate mundi tratta in verità dell'eternità della specie umana. Con ciò si riconferma il fondamento elideista secondo cui ogni argomento conclusivamente, nell'umanità, riguarda l'uomo.

Avanzando.

Avanzando quale obiezione contro l'indizione "eccessiva" dello sciopero il principio secondo cui non si potrebbe scioperare al fine di egoisticamente proteggere i propri interessi quando farlo ledesse i diritti ed interessi altrui, poiché si lede sempre gli interessi ed i diritti di qualcuno temporaneamente scioperando, fattualmente appellandosi ad un simile principio si impedisce lo sciopero. E quindi si lede sempre un diritto, nel momento in cui si ritiene che sia diritto di qualcuno difendere i propri interessi e diritti.

giovedì 22 settembre 2016

La migrazione.

Nella mente della maggior parte dei migranti di qualunque tipo, essa è soltanto un allontanamento temporaneo da un luogo dove si vuole tornare. L'integrazione comincerà ad aversi - controvoglia - solo quando risulterà chiara l'impossibilità del ritorno. Si potrebbe esemplificare coll'Odissea, ma non al modo prevalente. Ossia, per la maggior parte dei migranti il luogo in cui si trovano è una Ogigia, a volte addirittura senza Calipso. E la maggior parte degli uomini ha la tendenza a voler adattare l’ambiente alla propria volontà.

Tre principi II.

Ogni segno è interpretato dall'emittente, quindi dal ricevente; nella maggior parte dei casi l'interpretazione del ricevente è incontrollabile, incorreggibile da parte dell'emittente; in ogni caso, neppure l'autore è in grado di fornire una interpretazione socialmente od individualmente corretta di ciascun dettaglio.

Tre principi.

1) La parola è costitutivamente polisemica; 2) ogni segno è impreciso; 3) la parola è segno. Si potrebbe anche dire di ogni segno.

mercoledì 21 settembre 2016

Ovverosia (Una nota II).

Bisogna resistere alla tentazione tutta umana di rendere eterno ciò che è solamente temporaneo; e stamattina, rileggendo Umano troppo umano, non immaginavo che la conferma la quale si trova in quel libro mi sarebbe "servita" a poche ore di distanza.

Una nota.

"Il termine teoria (dal greco θεωρέω theoréo 'guardo, osservo', composto da θέα thèa[1], 'spettacolo' e ὁράω horào, 'vedo')". 1 "Il termine è connesso con θέα théa, 'spettacolo', a sua volta derivato da θαῦμα thâuma, 'visione'. Il termine mantiene però esclusivamente il significato di 'guardare'". Ma le parole sono depositi stratificati: come negli scavi archeologici, si può sempre - quando si sappia - scendere agli strati precedenti e riportare alla luce un senso sepolto; quindi la precisazione finale nella nota è una opinione.

martedì 20 settembre 2016

In ogni.

Tipo di rapporto volontario tra persone, in ogni rapporto scelto, nessuna di esse rimane solo e soltanto sé stessa; sarebbe addirittura inutile, se non si prendesse dall'altro, e non gli si desse qualcosa: si tratta di non venir cancellato, di "solo" mutare, e non scomparire.

No.

Non si tratta di vivere lieto; non di guadagno, ma di privazione.

lunedì 19 settembre 2016

Strumenti.

Fra gli strumenti atti a convincere gli uomini che è bene aderire ad una visione del mondo, uno dei più potenti è l'esenzione dalle tasse.

venerdì 16 settembre 2016

Il saper...

...non ha tre volti come, così a caso, l'Angelo Caduto in alcune celebri raffigurazioni pure di parole, anche recenti; se ne ha uno e non migliaia separati contemporaneamente, è assai probabile che sia quello di Proteo, ma d'un Proteo il cui viso è un prisma con innumeri sfaccettature, fin dall'inizio. Per certe visioni del mondo, è vero, gli dei pagani son diavoli...

Apollo.

Posto che il luminoso è scaltro quasi quanto Hermes od Eros, come interpretare il fatto che abbia detto essere Socrate sapiente?

giovedì 15 settembre 2016

Rifiutare.

Rigettare un sintagma, come mi càpita di leggere al momento, solo poiché per un limitato lasso di tempo è stato utilizzato contro una specifica corrente di pensiero od un popolo oppure una religione, da un altro popolo o religione o quant'altro, ai miei occhi fa difficoltà. Per quanto l'ideologia possa essere stata nel suo pensiero orribile; persino se sia stata nei fatti mostruosa, mi tocca ribadire un fondamento: le parole sono innocenti. La mia reazione in questi casi è apertamente provocatoria: userò quella parola o quelle parole appositamente, onde indicare tale innocenza, per ribellarmi all'incarcerazione di un verbo immacolato in una colpa non sua.

Ed infatti (Il come se II).

Per solo fare un esempio, quanto di Roma è andato perduto? A causa di incendi accidentali, perfettamente naturali alluvioni, trascuratezza, economia degli spazi, riuso dei materiali, cambi di gusti ancor prima che per odii, rivoluzioni, censure?

Il come se.

E l'essere. Da una parte il lamento perché scompaiono in rete domini in continuazione ma non materiali dannosi; dall'altro l'aneddoto sull'odore del denaro presentato in maniera lievemente scorretta. Perché Svetonio ci indica l'acutezza dell'imperatore; ma sarebbe più corretto affermare, diversamente da quanto invece si trova nel contesto, che il De vita Caesarum è il primo testo conservato che la riporta, non che nell'opera dello scrittore latino è attestata per la prima volta. Posto che un testo critico in linea di principio si usa in quanto ritenuto, allo stato delle testimonianze, la miglior approssimazione possibile al testo originale - elideisticamente si potrebbe dire che ogni testimonianza del testo è il testo originale nel momento in cui viene ritenuto tale, e che comunque è in quanto è -, e non perché è il testo originale (esiste anche l'ipotesi che il testo critico potrebbe in taluni casi coincidere colla effettiva volontà dell'autore in tutte le sue parti; ma le probabilità...); bisognerà allo stesso modo tener conto del fatto che l'arte la quale ci circonda - quindi, a voler guardare, la vita di ciascuno "è un'opera d'arte" anche sotto questo profilo - è solo quella sopravvissuta al tempo, e sempre a rischio di scomparsa; e non è affatto tutta l'arte, tutta la storia, tutta la cronaca che l'uomo ha creato, che i singoli uomini o diversamente delimitati gruppi di uomini hanno formato nel tempo. Quindi l'è di questo momento non è lo E' ab origine, ciò che ora sussiste non è tutto ciò che è stato. E buona parte delle creazioni umane ancora presenti sono conservate appositamente ma sconosciute alla maggioranza. Buio, penombra, e luce. Per questo motivo (e tanti altri anche ad esso piuttosto prossimi) leggere poi uno scritto inserito nella secolare tradizione "de utilitate linguae latinae" mi fa in certo qual modo sorridere, perché il latino è indubbiamente utile per capire chi siamo; come è utilissimo il luviano o luvio. Nulla e nessuno è inutile per capirci solo in parte, non lo sarebbero nemmeno gli Annali di Volusio.

mercoledì 14 settembre 2016

Mentre si cerca.

Di dimostrare la relatività della morale, si assolutizza comunque qualcosa. Ossia: se la morale è risultato di un errore dato da proiezione, sicché si finisce per scambiare "i propri sentimenti nei confronti di una cosa come una proprietà intrinseca di quella stessa cosa", nel momento in cui si rifiuta di applicare il principio in quanto individuale, lo si fa perché si pretende che la validità per essere tale sia universale. Dunque si assolutizza nel tentativo di relativizzare. Se invece il cardine fosse proprio la dimensione relativa? Poiché la preservazione di una persona o di una cosa singola si fonda sul "fatto" che tale persona o tale cosa sia per un'altra inviolabile, lo sia in relazione ad un altro individuo o gruppo di individui; e poiché ogni individuo o gruppo di individui ha persone o cose che ritiene inviolabili dato il valore che attribuisce loro, ne deriva che ogni singolo è inviolabile. Si consideri anche "relative(s)" Certo, pure così si assolutizza.

A proposito.

Una "importante" nazione (le nazioni non esistono: un importante stato) occidentale ha bisogno assoluto di organizzare una manifestazione internazionale ogni due anni per portare avanti un progetto complessivo di modificazione urbanistica ed adeguamento infrastrutturale? Senza contare che i progetti sul secondo punto più di quelli sul primo di rado sono convincenti.

martedì 13 settembre 2016

Una difficoltà radicale.

Che contrasta la creazione di un bicefalo Salone del libro italiano diviso fra Torino e Milano - se si prescinde dalla supponibile tentazione di chiamare anch'esso MiTo, tentazione non tanto censurabile per il gioco di parole colla mitologia, quanto per il risultato di pubblicità "gratuita" nei confronti di un'automobile che un tempo si sarebbe detta "torinese": allora meglio ToMi, decisamente più in tema - è che rischierebbe di scatenare nostalgie asburgiche; ma soprattutto che lo stato dei trasporti ferroviari italiani (non avrete intenzione di incrementare ulteriormente il traffico automobilistico, vero? Ed uno spostamento in aereo non è un'ipotesi seria) è tale che i tempi necessari per lo spostamento lo renderebbero improponibile; non rimane che scegliere una sede, ed io personalmente ho un'opinione precisa.

Breve storia delle lingue.

Il faticoso splendore di quelle che, viste dal passato, sono macerie.

lunedì 12 settembre 2016

Il fatto.

Che cercando un autore i primi riferimenti che si hanno siano alla letteratura secondaria è un fatto significativo dell'impostazione contemporanea.

Ogni cultura.

Ciascuna cultura (meglio che civiltà) predominante in un'area spazio - temporale è convinta di essere insostituibile, ancor meglio, che la propria scomparsa sia l'eradicazione dell'umanità stessa; dialetticamente, potremmo dire, il tempo stesso si incarica di smentire tale hybris immancabilmente. E' anche vero che nessuna cultura scompare mai del tutto.

sabato 10 settembre 2016

Valutazioni.

Speciale, eccezionale per uno, più che ordinario per un altro.

Alcune domande.

Che coinvolgono puramente la libertà di scelta personale - in genere, richieste - hanno a volte risposte altrettanto puramente negative. Si tratta di libertà.

venerdì 9 settembre 2016

Il motivo.

Il motivo per cui è meglio difendere un'idea di umanità varia - e quindi, paradossalmente, il meno possibile "ideale" - è che uno degli accadimenti più semplici ad avvenire è l'affermarsi di ideologie che graduano l'umanità ed escludono la maggior parte dei gradi (e della popolazione umana) dai diritti più alti, in particolare dall'autodeterminazione, anche nelle più "insignificanti" faccende; quando non escludano del tutto dall'umanità chi pur esteriormente non parrebbe possibile estromettere proprio "idealmente".

giovedì 8 settembre 2016

Qualcuno disse...

Che essere stupidi è conoscere la verità, vederla, ed insistere pervicacemente nel seguire la bugia. Ovidio scrisse che vedeva il meglio e che seguiva il peggio, avendo una schiera di poetici discepoli non disprezzabili. Dunque la stupidità genera poesia? Ha perciò un pregio ottimo, questo difetto.

mercoledì 7 settembre 2016

Non concordo.

"Importa não esquecer que a frase que celebrizou este nosso autor, 'a experiência é madre das coisas' era antiga de séculos": il fatto è che le due parti della frase - la seconda: "mas o que importa é apreender as diferentes consequências de que se foi revestindo ao longo da história" - non dovrebbero esser viste come opposti. La citazione è citazione; sì, è conosciuto; ma sapere che l'uomo non è solo capace di inventare, bensì anche di "reinventare", che non vuol dire 'copiare' o 'ripetere in automatico', bensì reinserire produttivamente nel contesto vivo, ha la sua importanza, e non si vede perché questa capacità non debba essere messa in evidenza.

Una frase "sbagliata".

Verso la conclusione di un esercizio di immotivato esclusivismo circa l'interpretazione della lingua, leggo una frase che ritengo sbagliata: "alla quale l'ideologia folle fondamentalista e qualcuno hanno inculcato una ragione per morire"; tale frase avrebbe più senso riscritta così: "cui qualcuno e l'ideologia folle fondamentalista hanno inculcato una ragione per morire". Comprendendo che "qualcuno" sia stato posto dopo la copula onde evitare che prima di folle fondamentalista si trovasse quasi a ridosso l'assonanza quale qualcuno, proporrei la soprascritta forma: è sempre una ben precisa persona ad interpretare, ed in casi come questi in genere continua casualmente a sopravvivere per interpretare e "guidare"; per cui ritengo sia preferibile collocare prima "qualcuno", e poi "l'ideologia" col suo attributo, approfittando di una variante linguistica teoricamente ancora disponibile all'uso che richiamerebbe insieme la -u- di "qualcuno" e, a distanza, -cu- di "inculcato"; e si noti la variazione combinatoria delle tre lettere, -u- -c- ed -l-.

Uno.

Uno degli incompiuti si intitola: "Sull'utopia dell'onniscienza". Mi è tornato in mente, aggiungendosi un'altra nota a quelle che già esortano a concluderlo, nel momento in cui ho rilevato l'opinione secondo la quale un ciclo cinematografico conterrebbe tutto nella sua drammaticità. Chiaramente, allorquando si segua l'ottica dell'elideismo, un'affermazione simile si può definire solo in due modi: retorica subconscia; od assurdo. Ciò non toglie che già i greci - come già indicato una prima volta nel post Due questioni - ritenessero che i poemi omerici contenessero tutto (sì, contemporaneità): sogno ripetutosi nei secoli.

martedì 6 settembre 2016

Dei pericoli dell'idea augustea.

Come scritto a D'attorno alla "pia ipocrisia" di Enea, Enea è l'esempio dell'eroe fedele ai valori arcaici nell'idea augustea. Ma c'erano due possibilità circa i "valori arcaici" romani, come dimostrato da Lucano. Nell'idea augustea, la regalità da "princeps novus" di Enea è funzionale, anche se la tradizionale connessione propagandata dalla gens Iulia di una propria discendenza da Afrodite serve a qualificare l'ultimo Giulio come principe non del tutto nuovo. Enea fonda in Italia un nuovo regno - presentato come un ritorno in patria - come Augusto instaura una "nuova" monarchia dopo la prima, una monarchia rispettosa delle magistrature e del Senato, una monarchia "necessaria" ad impedire i disordini dello stato senatoriale. L'Eneide presenta la faccia buona della monarchia: Enea, Ascanio, Romolo fondatore di Roma, cercando l'Augusto per tale via di rafforzare la propria legittimità, per quanto "anomala", riconnettendo la propria "non regalità" colla regalità legittima di Enea e di Ascanio, cioè rifacendosi alla Roma arcaica. Ma ciò avrebbe potuto essere pericoloso. Restaurare i valori arcaici avrebbe potuto avere come conseguenza l'idea di un legittimo assassinio del princeps, poiché più di una volta sotto la repubblica erano stati elogiati gli assassinii di quelle persone sospettate di volersi fare re. Poiché vi sono più antichità, e più monarchie, e perciò più valori dei padri da difendere. Gli ultimi re furono etruschi; ma non furono forestieri gli ultimi a tentare di farsi re.

Di fatto.

Alle volte non si compra tardanza.

Questo "Salone"...

...sta diventando una lotta tra sgrinfie nella polvere e negli sputi, colle unghie.

lunedì 5 settembre 2016

Per buoni e cattivi (Scippo culturale I).

In italiano, formalmente parlando, negro non è un insulto; lo è nigger in un'altra lingua. I provincialotti assumono tutto dalla lingua dominante e pensano che il resto non esista. Dunque, poiché "negro" è solo un modo un poco antiquato di tradurre in italiano niger, -a, -um latino, gli asterischini ne*ro non significano niente, significano solo che sia i "buoni" che i "cattivi" si bevono allo stesso modo un'interpretazione univoca - e, si potrebbe dire, per ciò stesso sbagliata - di un'altra lingua per sudditanza culturale; od addirittura per acritica schiavitù culturale. Non è nella parola la colpa, ma in come viene detta.

Frammento.

Dunque (e non era certo difficile giungere ad una simile conclusione, dato che basterebbe fare il nome di Curtius e leggere quel suo libro molto citato ma probabilmente meno letto) la cultura umanistica viva, storicamente di sé cosciente, è una dialettica fra la sua radice “nazionale” greco – latina - italiana (in realtà assai più complessa di una parola composta di questo tipo, che già a certi occhi potrebbe bastare a mettere in crisi l'idea di “nazionale”, visto che richiama tre nazioni) e la sua evoluzione storica di dimensione europea.

La differenza fra questo movimento nell'Umanesimo – Rinascimento, e quello che più volte si è ripetuto nel Medioevo, sta nello svincolamento teorico di esso da una base religiosa (l'“epicureismo” di Lorenzo Valla, posto poi che la lettura dell'epicureismo come filosofia “atea” sia una lettura corretta: essa rifiuta determinati “eccessi” della religione, come il sacrificio umano, e rifiuta la Provvidenza, ma rimane da vedere se una religione non rimanga tale senza Provvidenza), certamente più forte nel primo caso che nel secondo (la circolazione dei modelli della poesia cortese e del romanzo cavalleresco, letta laicamente, è di certo ugualmente europea, fino al Tristano biancorusso, ma più conosciuta in Europa occidentale, per quanto riguarda l'Italia, nella filiazione della Scuola Siciliana, dei Siculo – toscani e degli Stilnovisti, fino a Petrarca ed “epigoni”, dalla poesia cortese provenzale, che diede origine anche alle cantigas gallego – portoghesi ed ai Minnesänger tedeschi; o come i cicli francesi di chansons in versi o di romanzi in prosa trovarono imitatori italiani spagnoli e tedeschi dagli intenti più e meno artistici), seppure bisogna tener conto del fatto che il tempo non si cancella, ed il fenomeno contemporaneo neppure.

Per quanto riguarda la “dequalificazione” degli studi umanistici e la frantumazione e moltiplicazione delle materie, il problema va semmai posto nell'incapacità di comunicare che le materie si possono ed il più possibile si dovrebbero integrare in uno studioso: si dovrebbe significare che la letteratura italiana fino almeno alla fine del Settecento (ma poi ben più in là, a voler guardare) è francamente incomprensibile senza la letteratura latina, quella greca, quella francese medievale, senza la diffusione dei romanzi cavallereschi spagnoli etc. fra il Cinquecento ed il Settecento etc., con tutte le reciproche loro interferenze, come della pubblicistica filosofica, della musica, delle arti figurative, della critica filologica che riprende coll'umanesimo più consapevole interessato anche all'ebraico ed al testo sacro, per esempio: il che implica un continuo recupero, nell'indagine su di un'opera, delle discipline extra – letterarie, e tanto più di uno sguardo non recluso in una branca specifica della letteratura, delle arti figurative e di quella musicale ed oltre.

Ciò che è grande.

Ciò che è grande dell'umanità è l'incredibile ricchezza della sua cultura; della varietà della sua cultura, dei miliardi di culture, una per uomo; e pensare che il più sono macerie, attività con molteplici contributi anche recenti. Nella sua varietà sta anche la pericolosità, per gli altri uomini allorché una minoranza decide che una propria supposta superiorità la legittima a cancellare ciò che non si conforma alla propria sommaria idea di che è giusto e di che è sbagliato; i risultati possono essere due: chi comincia tale campagna vince per qualche tempo, ed il turbine sradica ed abbatte, distruggendo ciò che non necessariamente, poiché non lo comprende, poiché non si adatta a suoi passeggeri parametri, è invalido; non vince: ed allora, dopo che le distruzioni si sono comunque avute, la vendetta impone la propria taglia di sangue e distruzione su chi ha perso convinto di vincere in virtù di una guida che ha mancato alla propria promessa di invincibilità. Più tardi, quei resti bruciati porranno ad alcune menti l'interrogativa di come una serie di altri cerebri abbia potuto essere così folle.

La babele (Biblioteca di Babele IV).

La molteplicità ineliminabile delle lingue e dei linguaggi umani è certo una difficoltà; ma pure un pregio. Almeno dovrebbe esserlo, mostrando che nulla e nessuno rimane immobile e che ogni supposta unità si spezzerà in una ulteriore frammentazione: in tale frammentazione andrà perduta una parte della ricchezza del temporaneo e parziale "tutto" ed ogni parte guadagnerà una propria ricchezza parzialmente sconosciuta all'unità precedente ed a ciascuno degli altri frammenti. Ineliminabile ed inestimabile.

Le visioni (Biblioteca di Babele III).

Le visioni stereotipe di una forma culturale non vengono solo da chi, non essendovi compreso, non essendo cresciuto in esse, "non può capire" - e quindi, ogni volta che due forme culturali non si capiscono, la "colpa" è di entrambi i rappresentanti, di entrambe le parti, tanto più quando non viene fatto alcuno sforzo di spiegazione e di assunzione della spiegazione - ma anche di chi vi "è dentro", perché ogni supposta granitica cultura conosce correnti, variegature, interpretazioni; ogni individuo è una interpretazione della cultura, una singola unica ed irripetibile interpretazione, anche in ragione del fatto che ciascuno ha accesso a fonti diverse, per tutta una serie di motivi (Si legga per esempio il post "Vd.: 'Biblioteca di Babele'", di cui avevo iniziato una serie di traduzioni; ed eventualmente "Nel labirinto"). "Troppo liberale" o "troppo rigida" è definizione della visione altrui di un aspetto culturale: definizione che fa sempre centro sulla propria visione di tale aspetto; sulla visione di chi "dice IO".

sabato 3 settembre 2016

Variazione...

...in tono dantesco: "el bianco bianco, el nero più che perso".

Troppo comodo.

Difendere la libertà d'espressione solo finché non mette in dubbio od irride qualcosa cui tieni (alle volte per quello "istinto del gregge" che combatti per molte cose ma non riesci a controllare per altre, ci sta).

venerdì 2 settembre 2016

Ed infine:

da domani niente frutta e verdura non nazionali nei negozi.

Un'idea di cultura.

"Un processo sinergico [...] gli antropologi chiamano questo processo sincretismo: la fusione di elementi culturali che in precedenza esistevano separatamente". Sospetto che la separazione sia relativa (vedi il concetto di adstrato); e comunque ogni sincretismo fonde elementi di due o più culture che a loro volta sono il risultato di un sincretismo precedente (direi pure di più sincretismi, di una progressiva integrazione di elementi di una e / o più culture "di partenza" in una cultura "di arrivo").

Pubblica.

Se ogni singolo riuscisse a fare tutto ciò che gli altri gli chiedono di fare come chiedono che sia, mentre gli altri fanno tutto quello che chiede a modo suo, si potrebbe forse pensare che ne deriverebbe la pubblica felicità (titolo, per esempio, quasi completo di un trattato del preposto Ludovico Antonio Muratori). Dubito circa vari aspetti, non ultimo l'irritazione di alcuni che vorrebbero che gli si ubbidisse sempre senza che se ne accorgessero.

Il...

...novantanove virgola novantanovemila novecentonovantanove per cento delle persone non andrebbero "scartate" del tutto perché una parte di esse non ci va bene. A meno che quelle persone non ti vogliano imporre colla forza - non solo fisica - proprio quello che non ti convince.

giovedì 1 settembre 2016

Non c'è niente...

...di assurdamente strano in una ricca tradizione poetica di una popolazione analfabeta; la poesia come "volgarmente" intesa è stata molto più a lungo una forma comunicativa orale basata sulla memorizzazione, che qualcosa di scritto. La poesia ha anche quasi sempre avuto uno stretto rapporto col sacro e colla legge, aspetti da ricordare e facilitati allo scopo dal carattere ritmico e melodico, nonché formulare (ma formula da una parte ed immutabilità, identità dall'altra non sono la medesima cosa: la formularità incorpora lievi variazioni diversamente motivate ancor prima che motivabili) della poesia nel senso più ristretto. Il fatto che nelle cosiddette culture evolute la poesia intesa come scrittura in versi - ma vedi le "contestazioni" di Aristotele e Jakobson - sia il cuore della letteratura ha favorito la generalizzazione della sineddoche, per cui può capitare di credere che la poesia abbia come presupposto necessario l'alfabetizzazione. Sia l'alfabetismo che l'analfabetismo innescano rigidità e fluidità nel fenomeno in questione.

Apprendere.

Apprendere un linguaggio (intendendo, nel punto che, distinguendo l'uso "generale" di linguaggio come termine - ombrello sotto cui radunare in vari insiemi di convenzioni relativamente condivise circa una espressione umana anche nei suoi metodi di connessione dei segni, sicché si intende col termine anche matematica, pittura, musica etc. appunto con gli accordi particolari sugli usi linguistici temporanei delle differenti discipline) si separa "linguaggio" da "lingua", che è invece quella convenzione intercomunicativa la quale è composta quasi esclusivamente da parole; apprender un linguaggio è denominare, contornare, assai più che concludere, oggetti; solo che l'oggetto denominato, come indicato, non è descrittivamente, qualificativamente esaurito dal nome (in senso dialettico); né da una proposizione; né da una intera orazione (verbum, sententia, oratio).

Le città.

Nascono e muoiono; ancor meglio, parti di città vivono e crescono mentre altre parti della stessa città agonizzano e defungono. E' certo naturale opporsi per quanto possibile alla decadenza; si può definire giusto, sinanco; ma la distribuzione dei nuclei del popolamento muterà nel tempo, cambiando i contorni, la figura del complesso abitato o comunque attivo.