martedì 27 settembre 2016

Le leggi.

Leggo stupore in una dichiarazione di un laico; un laico che si stupisce irritato ed indignato che un vescovo a capo di una conferenza episcopale retoricamente chieda a chi spetta il potere di stabilire il limite fra legittimo ed illegittimo chiamando in causa l'Etica, camuffando con il grecismo una falsa distinzione. Infatti col grecismo si intende qualificare l'Etica come ciò che stabilisce i valori universali in contrapposizione alle consuetudini, alle leggi, e talvolta persino alla Morale. Mi stupisco che un laico cada ancora nella trappola di indignarsi quando un gerarca religioso (e chissà, magari nella parola gerarca l'estensore cela allusione ad un periodo storico relativamente recente) propugna posizioni in termini di diritto che pongono i valori religiosi, l'interpretazione di ciò che è obbligatorio da parte della specifica sua religione, al di sopra dei codici. Ricordo che ancora Selden sosteneva che il testo sacro, le sue prescrizioni (scritte, appunto), il diritto naturale ed il diritto delle genti coincidessero, fossero la medesima cosa. Ovviamente con "testo sacro" intendeva la Bibbia, e con "legge divina" quanto, di ciò che nella Bibbia è scritto, si presenta o può essere valutato come legge (quasi, se non tutto, in certe posizioni). Si allarghi, essendo la fenomenologia cristiana solo un esempio usato perché più conosciuto, in linea di principio alle altre religioni. Dunque, nessuno stupore, ma l'accadere di un evento la cui probabilità si poteva ritenere altissima, qualunque sia l'opinione che un individuo ha sulla legittimità d'intervento delle religioni circa le decisioni degli stati coll'intento di condizionarle. Perciò lo stupore del laico deve essere artefatto, e l'intervento basato sul principio dell'opposizione manifesta come antidoto a quello che legalmente viene definito silenzio - assenso, e proverbialmente in Italia: "chi tace acconsente".

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