lunedì 3 ottobre 2016

Date.

Valutate le teorie filosofiche di alcuni, secondo le quali l'ippogrifo è solo una operazione - che si potrebbe perfino sospettare "fredda" - di composizione tra loro di dati dell'esperienza in qualcosa di inesperibile, leggendo la frase: "...le vicende di una famiglia attraverso più generazioni sembrano fatte apposta per essere affidate allo strumento romanzo, in questo caso docufiction, visto che tutto si appoggia al vero" altri potrebbero chiedersi quale opera letteraria, persino quale opera artistica non sia docufiction poiché, dalla prospettiva introdotta all'inizio - e la prospettiva nel senso più diffuso (non propriamente corretto) ha un unico punto di fuga, un solo punto di vista, all'infinito, anche - tutto nella produzione artistica è fondato attraverso la realtà. Certo: a) la deduzione potrebbe a certi individui parere banale; b) potremmo anche discutere del fatto che la "realtà" di un orbo è diversa da quella di un cieco, che la cecità di un cieco nato coi bulbi oculari è differente da quella di uno nato senza, da quella di uno che ci ha veduto, da quella di "un" ipovedente (giacché vi è chi ha undici o dodici decimi alla misurazione; ma, senza mostri, ossia prodigi altrimenti definibili casi eccezionali, uno ne ha dieci, uno ne ha nove: diversi limiti della realtà). Si ripeta per gli altri sensi, evitando di inserire nella discussione i differenti spettri percettivi delle bestie per semplicità - le bestie sono quelle che più comunemente vengono definite animali -. E nelle opere prospettiche si possono utilizzare anche più punti di fuga.

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