mercoledì 19 ottobre 2016

Leggo.

Leggo un'obiezione ad un intervento inizialmente intorno a questioni linguistiche da parte di qualcuno che si occupa di lingua, secondo il quale il combat search and rescue non sarebbe fare la guerra. Ora: cercare (search) e salvare (rescue) in zona di guerra persone (perlopiù soldati dispersi in combattimento) eventualmente combattendo (combat) contro reparti (di un "esercito" nemico di uno stato non riconosciuto), non è fare la guerra? Voglio dire: nell'eventualità di un contatto con armati ostili (anche sentinelle di un "carcere"); nell'eventualità che tali armati aprano il fuoco sugli aspiranti salvatori, i soldati in missione non sono autorizzati a rispondere, con armi bianche o, di nuovo, da fuoco? O sono obbligati (obbligo piuttosto difficile da rispettare) a ritirarsi senza replicare, rinunciando a qualsiasi forma di (auto)difesa? E' ovvio che, nel caso il nemico non tenti in alcun modo di opporsi alla liberazione, al salvataggio (sempre rescue) susseguente all'attività di ricerca (sempre search) nulla obbliga un soldato a ferire e / o uccidere il nemico; ma sostenere che solo le attività di uccisione di avversari armati siano guerra, è come dire che le attività di esplorazione, di spionaggio, di sabotaggio delle infrastrutture e delle armi del nemico non siano operazioni belliche. Si può essere convinti che siano azioni di guerra giuste; si dovrebbe non negare che siano azioni di guerra, addirittura quando rivolte al salvataggio di civili, potendo rischiare la taccia di ipocrito.

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