lunedì 19 dicembre 2016

Della tragedia.

Già nel Cinquecento italiano il modello di finale negativo come unico della tragedia era (quale che sia il parere che se n'abbia) "superato" non solo nella pratica, ma anche nella teoria: basti pensare a quanto scrive Giovanbattista Giraldi detto Cinzio nel suo Discorso intorno al comporre delle commedie, e delle tragedie. Per tale superamento ci si appoggiava alla prassi "censurata" del finale lieto presente in alcune tragedie di Euripide come le Ifigenie. Dunque, l'osservazione che trovo scritta: "L'ultima caratteristica importante della tragédie lyrique concerne i suoi soggetti, che erano per lo più di argomento mitologico, ma che non necessariamente davano esito a finali negativi, come il sostantivo tragédie potrebbe far pensare", non per tutti è stata corretta. Tra l'altro, anche qui si confonde "drammatico" con 'non - comico': "l'azione drammatica non doveva costituirne l'elemento centrale, ma dovevano trovare espressione i sentimenti dei personaggi". Il “dramma” è l’azione di qualunque tipo, ed i sentimenti, non dovrebbe esser ritenuto così insensato, vengono rappresentati al vivo pure - per alcuni, più - con quanto il personaggio compie, agisce sulla scena. Può essere compiuta l’azione di narrare, e: “ora entrare in un personaggio, ora in un altro”. Qualcuno deve leggersi Robortello, Castelvetro etc. etc.

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