mercoledì 25 gennaio 2017

Idea univoca...

...della religione. Leggo, circa Le Baccanti di Euripide: "In apparenza il suo messaggio è un monito a tutti gli uomini ad adorare sempre gli dei e a non mettersi contro di essi, e in effetti tradizionalmente quest'opera era sempre stata considerata un'opera religiosa, ossia la riscoperta della religione da parte di un autore che per tutta la vita era stato sempre considerato un laico. A un'analisi più attenta però la tragedia rivela forti ambiguità che modificano sensibilmente il messaggio, come bene ha messo in luce la critica degli ultimi decenni. Innanzitutto è da notare che le virtù che all'inizio dell'opera vengono attribuite al dio (capacità di alleviare le tensioni e le sofferenze degli uomini grazie al vino e ai piaceri fisici e mentali) vengono mostrate ben poco: Dioniso si dimostra una divinità assolutamente spietata nel punire chi non aveva creduto in lui, al punto di sterminare i suoi stessi parenti (Penteo era infatti cugino del dio, in quanto figlio di Echione e di Agave, sorella della madre di Dioniso, Semele), ed esiliare i sopravvissuti. Tutto questo per pura e semplice vendetta"; poi: "Se Euripide avesse voluto mettere in scena un'opera religiosa, non avrebbe messo così in evidenza gli aspetti più sconcertanti del dionisismo, ma avrebbe probabilmente posto maggiormente l'attenzione sui lati positivi". Si tratta di una interpretazione modernista, ossia molto "soteriologica" nel senso per cui il dio salva e premia. Ma osserviamo due religioni che conosciamo relativamente bene, ossia l'ebraismo e la stessa religione greca antica: le loro narrazioni sono colme molto più di errori umani nei confronti degli altri uomini e degli dei stessi, puniti da questi ultimi con pene atroci come malattie, saccheggi, metamorfosi, che di premi e salvezza. Il fatto dunque che Dioniso nelle Baccanti punisca chi a lui s'oppone non significa affatto che la tragedia discussa non sia un'opera religiosa, anzi. Tenendo conto, in questo discorso, di due elementi, uno decisamente fondamentale: le tragedie, in primo luogo, erano rappresentate durante feste religiose, tanto più in feste dionisiache, quindi si potrebbe dire che non fosse strettamente necessario esibire in esse un messaggio religioso in quanto, al di là della indispensabile (?) "sprezzatura", il messaggio religioso poteva ritenersi implicito in ragione del contesto in cui il dramma era rappresentato; in secondo luogo, come reclamò ad esempio la critica cinquecentesca italiana di genealogia aristotelica, uno dei "difetti" della produzione tragica euripidea poteva semmai essere ritenuto il finale troppo frequentemente felice, che avvicinava l'opera alla commedia. Si pensi al passo di Robortello, In librum Aristotelis de arte poëtica, explicationes 127A: "dubitem, Aristotelis sententiam secutus, comediis similes esse affirmare". In terzo luogo, il messaggio religioso "positivo" (si veda sopra per l'implicita religiosità) era affidato agli altri due generi, ossia commedia e dramma satiresco. La vendetta poteva dunque essere vista, di nuovo, come una declinazione della giustizia degli dei: si ricordi D'attorno alla pia ipocrisia d'Enea. Altro aspetto criticabile dell'analisi emerge dal seguente passo: "il re Penteo non appare come una persona dall'atteggiamento fortemente razionale (cosa che ci si aspetterebbe da chi rifiuta di avere fede in un dio)". Nella connotazione negativa del personaggio regale emerge finalmente un'altra possibile fenomenologia che si può avere allorché qualcuno si oppone ad una religione, ossia il rifiuto irrazionale, o per hybris come nel caso di Penteo ("un uomo tirannico, irascibile, chiuso nelle proprie convinzioni e non disposto a rimetterle in discussione"), od in difesa di una tradizione precedente. Tutto ciò sempre che si ammetta la possibilità che una religione venga accettata su base razionale. Il razionalismo, secondo l'immagine che si ha - tradizionalmente, fra l'altro - di Euripide, avrebbe potuto essere semmai, potrebbe essere del tragediografo - filosofo - retore "dall'esterno"; ma "internamente" all'opera, pretendere razionalismo da Bacco e dalle Baccanti, nonché dal suo regio avversario barbaro quando si tenga conto del fatto che i suoi antenati sono fenici, e per di più in epoca arcaica, appare pressoché un non - senso, poiché i barbari in genere, non essendo esenti dal problema gli orientali, sono nell'immaginario greco soggetti a passioni disordinate, contrariamente ai greci (Euripide fa osservare nella Medea che una madre greca mai avrebbe uccisi i propri figli per vendetta, per semplice gelosia). Dunque, i valori positivi della religione sono anche nella tragedia delle Baccanti, in quanto in essa è posto l'aspetto per cui il dio deve essere ubbidito ed anzi adorato, per evitare una sua sanguinosa vendetta: l'uomo non ha speranza di vittoria, opponendosi ad un dio, ma solo può subire la sua vendetta. Se è fortunato, mentre viene tormentato da un dio, ottiene la protezione di un altro (Poseidone / Atena per Odisseo; Giunone / Venere per Enea). Ancora, l'opposizione al divino non avviene razionalmente neppure nella Bibbia: colui che si oppone ha il cuore duro, è cieco, è sordo etc.

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