venerdì 6 gennaio 2017

Ieri...

...ascoltavo sorridendo con un sentimento misto di sconforto e derisione l'intervista ad un capo (popolo? Fazione?) straniero che attaccava il multiculturalismo in nome dell'unicità della "cultura nazionale". L'elideismo è la presa d'atto per niente allarmata del dato il quale attesta l'inevitabile mescidanza di qualsiasi cultura: al punto che, quando qualcuno "insinua" la presenza di semitismi linguistici estremamente antichi nelle lingue indoeuropee, sapendo: a) che gli indoeuropei nella loro storia - la quale è, come quella di tutti, storia di migrazioni - si sono spostati innumeri volte venendo a contatto pure con popolazioni di lingua semitica; b) che i semiti commerciarono (e dunque in qualche modo frequentarono: vd. "Avere commercio con qualcuno" per esempio in italiano) con indoeuropei; c) che l'alfabeto fu inventato dai fenici, anch'essi uomini di lingua semitica, e che successivamente venne adottato ed adattato da genti indoeuropee alle proprie esigenze... Da tutto ciò può capitar che qualcuno ipotizzi l'assunzione di parole semitiche nel vocabolario indoeuropeo, se non facile, almeno come naturale tendenza contrastata da alcune difficoltà. Se dunque la mistione lessicale è fenomeno continuo, non risulterà strano verificare che uno Stato il quale, benché possa vantarsi d'aver dominato a lungo la cultura europea per due volte a distanza di cinquecento anni, tuttavia fu "afflitto" fra la fine del Quattrocento e l'inizio del Seicento, dalla grave malattia dell'italianismo, la quale invase inarrestabile tutte le membra, quando non financo le cellule, del suo corpo culturale, dalla musica alla pittura, dal dramma all'architettura, dalla scultura al romanzo in prosa alla versificazione lirica ad ogni altro pensabile (e dunque vero, secondo certe teorie); allora potremmo dire che la cultura "propria" di un paese è la rielaborazione peculiare di ciò che ha ricevuto, di ciò che spesso si è preso colle armi o col prezzo: il melodramma britannico, la ballad opera; la tragedie liryque francese; la musica strumentale tedesca che lottò a lungo per "liberarsi", fra le molte, delle influenze della scuola napoletana; il romanzo cavalleresco spagnolo e la poesia "lirica" gallego - portoghese, per solo fare qualche esempio di fenomeni su cui si potrebbe esercitare una semeiotica culturale, se si vuol insistere a parlare di "malattia", per ognuno di quegli stati temporanei che la storia umana ha visto sorgere, fiorire e fragorosamente cadere sulle terre che noi calpestiamo. La "cultura nazionale", certo: chi lo contesta?

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