giovedì 16 febbraio 2017

Perciò...

...non necessariamente mancano i manoscritti, come sembra in un articolo di giornale - posto che i chiamati manoscritti molto più probabilmente saranno dattiloscritti, file stampati di programmi di elaborazione testo, invece che d'impaginazione -, bensì mancano le stanze ove accatastarli, dove farne colonne ovvero infilate prospettiche di carta, nelle case editrici odierne. Anche questa è una visione dal punto di fuga (o d'osservazione?) dell'editore, non dello scrittore. Seppure il lavoro di penna può oggi prendere direttamente forma nello spazio dati fornitogli da un gestore integrato restando in linea, lo scrittore dovrebbe ancor attualmente essere il "mostro" che scrive quasi in ogni condizione, ossia pure in quei rari casi che a volte si presentano, quando è disconnesso dalla rete. Dovrà allora pur surrogare in qualche modo allo strumento di cui è momentaneamente privo se, romanticamente, deve fissare gli èmpiti dell'anima per iscritto, sicché avremo addirittura il ritorno alla carta: ad un foglio sciolto, alla pagina di una vecchia agenda "dono" di qualche privato mercante in cerca di un ritorno scordata nella sua funzione di promemoria d'appuntamenti pratici ma pur utile ad imprimervi con una punta tormentati tentativi finalmente liberi di tornare alle origini delle cancellature, delle parole sbarrate e sovrascritte senza che tutto ciò sembri uno strategico spreco di spazio teso ad impressionare il lettore in un mondo che si vanta dell'infinità, interminabile espandibilità, espansibilità d'esso. Punte di biro, di matita, di crayon o pastello: tutto ha valore, assolve lo scopo. Poi v'è il blocco note del telefono intelligente, e si torna al dattiloscritto, dunque. Non si batte il testo del file colle dita sulla tastiera financo del computer, questa macchina da scrivere che permette d'aggiungere al testo figure, suoni e video? Quindi, allorché di nuovo s'ha l'accesso alla rete...

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