sabato 27 maggio 2017

Il tempo.

E si parla di futuri alternativi. Leggo di sorrisi elargiti sullo sdegno di Rutilio Namaziano per la decadenza irreversibile dell'Impero Romano d'Occidente ormai cristianizzato - ufficialmente, per legge: nella pratica... - e fortemente infiltrato dai Germani, osservando colui il quale dispensa "comprensione" al povero romano cieco di fronte ad una trasformazione che si sarebbe rivelata positiva che da quella decadenza è venuto a noi il medioevo cristiano etc. fino alla contemporaneità occidentale. Ben speculato che, se assumiamo Occidente in senso vulgato, oggi ci ritroviamo in un orizzonte ristretto - come da parola greca - rispetto ad un fenomeno culturale relativamente più uniforme diffuso su tre continenti, continueremo dicendo come, posta l'ipotesi che un miracolo della storia avesse fatto sì che quel corpo continuasse a respirare faticosamente ma pur respirare giungendo ad oggi, sarebbe comunque stato e sarebbe altra cosa esso ed il (continente?) ospitantelo da quello in cui ha avuto luogo l'imperium facente capo al popolo romano del 670 a. C., del 508 a. C., del 32 a. C. (che era già mutata cosa rispetto a quello che si sarebbe ritrovato ad essere nel 15 d. C.). Sarebbe stato diverso da un regno repubblicano - precedente alla Francia attuale e che non aveva a che fare con un re come oggi inteso, non essendo di quel tipo il rex sacrificulus - che attraversò varie guerre intestine, i cui comandanti militari si fecero più volte dominatori civili; da quel potere che cambiò violentemente fra Nerone, Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano non pochi imperatori in tempo breve. Differente da quello che ricompose Aureliano e che Teodosio divise definitivamente con un confine dopo che Diocleziano ne aveva diviso il potere in un sistema conservandone però la periferia territoriale, illudendosi il sottoposto del vescovo Ambrogio sulla possibilità secondo cui le due parti avrebbero potuto sopravvivere separate sotto due guide aiutando l'una l'altra nel risolvere le difficoltà alterne del tempo. Altra cosa dal bicefalo cui Giustiniano cercò di restaurare quel secondo capo che i re goti si provarono a far credere con cerimonie - alla maniera e coi medesimi intenti del tardo impero "reale" - ancora vivo allo stesso posto di prima, spettacolo il quale i loro sudditi fecero finta non fosse tale (Ravenna capitale d'Odoacre successore di Romolo Augustolo, e di Teodorico, persino "capitale" dell'Italia liberata da Costantinopoli rimpianta da Giangiorgio Trissino nel suo poema, capitale dell'Esarcato). Qualcuno potrebbe ricavare dimostrazione aggiuntiva per la tesi che l'impero germanico non era di certo in Italia romano, ma barbaro, dal fatto che la capitale del Regno d'Italia fosse Pavia, e non Roma o Ravenna: Pavia, Ticinum, l'aula della monarchia (teorica?) longobarda. Un'Europa variante da quella in cui la parte sola sopravvissuta di un dominio fondato ed espanso dai latini si espresse fin oltre il medioevo (1461, caduta di Trebisonda oggetto di narrazioni in versi di qua dall'Adriatico) ufficialmente in greco. Un altro futuro ed un altro presente; tuttavia non, come potrebbe sembrare da certe considerazioni e sorrisi su di uno scrittore del tramonto, nessun futuro e nessun presente, pur se questo abbiamo e non quello.

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