domenica 11 giugno 2017

V'è tradizione e tradizione.

Afferma il personaggio dell'Attendolo nel dialogo di Camillo Pellegrino Il Carrafa, o dell'epica poesia: "Dicono ancora che non convenga ad Armida né a Tancredi innamorati dir ne' loro lamenti parole così colte et artificiose, ché se bene a l'uno et a l'altro fosse convenuto per la dignità del grado, non conveniva come a feriti d'amore, a' quali il più delle volte vien bene porre in bocca parole tronche, et imperfette, non gravi, et ricercate con arte". Qui il personaggio erra per ristrettezza di veduta, per insufficiente conoscenza di una parte della tradizione, o per pregiudizievole ed imitativa esclusione. Non si nega infatti che una parte della teoria la quale informa la prassi compositiva poetica, fors'anche sensata in effetto nella penisola centrale del Mediterraneo del nord, affermi non solo Amore intralci le parole degli amanti; ed anzi si confermerà che quella parte ritenga esso renda chi ama al tutto muto: ma dall'altra parte v'è pure una tradizione non poco autorevole la quale proclama come il dio d'Amore renda il suo soggetto eloquente. Non sarà dunque unica verità che Armida e Tancredi manchino al giusto, ovvero màcchino il dovere del verisimile, parlando eccessivamente colto "per troppo bontà" dello scrittore; ma si riterrà invece che il loro autore segua, nel farli parlare eloquentemente, oltre alla sua tendenza allo scriver fiorito, con una scelta di parole "alta" (da noi altrove definita "teofrastea"), pure una opinione sugli effetti d'amore differente rispetto a quella valutata necessaria all'imitazione dal personaggio dell'Attendolo, schermo dell'autore.

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