lunedì 10 luglio 2017

Et. Nic. IV 9, 1125a 19 - 22.

ὁ μὲν γὰρ μικρόψυχος ἄξιος ὢν ἀγαθῶν ἑαυτὸν ἀποστερεῖ ὧν ἄξιός ἐστι, καὶ ἔοικε κακὸν ἔχειν τι ἐκ τοῦ μὴ ἀξιοῦν ἑαυτὸν τῶν ἀγαθῶν, καὶ ἀγνοεῖν δ᾽ ἑαυτόν: ὠρέγετο γὰρ ἂν ὧν ἄξιος ἦν, ἀγαθῶν γε ὄντων. Nota: non tutti i "beni" non hanno una propria volontà. Se il cosiddetto "pusillanime" (μικρόψυχος) aspira ad un bene dotato di una propria volontà, egli può ritenersene degno, potrebbe pure esserlo effettivamente; ma non deve forzare la volontà contraria, seppur fondata su di una opinione "falsa" - ai propri occhi, a quelli degli amici, eventualmente, sebbene improbabilmente, anche della seconda parte in causa; dei conoscenti, di bestie,delle piante e pietre: ma non a quelli del proprio con volontà autonoma fine, che è l'unico a contare "realmente": un certo punto di vista protagoreo -. Punto di vista protagoreo vuol dire che entrambi i giudizi, quello di chi non ritiene degno l'aspirante, e quello di colui che aspira, non son sbagliati, all'interno dell'opinione del soggetto che li formula. L'ultimo dei due non è un pusillanime una volta che, preso atto del rifiuto, rispetta la volontà altrui e si fa indietro. Ma che rende possibile la relazione è solo una interpretazione convergente, non una verità esterna ai due io.

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