venerdì 25 agosto 2017

De modis conscribendis historiis et de officiis scriptorum rerum gestarum.

A dimostrazione che le teorie sulle varie parti della cultura non erano nel Cinquecento italiano tutte identiche, o vogliamo dire una sola colla o chiusa, possiamo osservare che, se Giorgio Vasari nel proemio alla seconda parte delle Vite nella edizione del 1550 si indica come buon storico perché nella sua opera giùdica della maggiore o minore riuscita delle opere degli artisti dei quali stende la biografia (pag. 207 del primo volume Einaudi 1991: "ma vedendo che gli scrittori delle istorie, quegli che per comune consenso hanno nome di avere scritto con miglior giudizio, non solo non si sono contentati di narrare semplicemente i casi seguìti, ma con ogni diligenza e con maggior curiosità che hanno potuto, sono iti investigando i modi et i mezzi e le vie che hanno usati i valenti uomini nel maneggiare l'imprese, e sonsi ingegnati di toccare gli errori, et appresso i bei colpi e ripari e partiti prudentemente qualche volta presi ne' governi delle faccende..."), altri a lui contemporanei ritengono lo storico il quale giudica le azioni che narra sia meno che sufficiente nello svolgere il proprio compito. Basti per esempio pensare al parere decisamente negativo che Sperone Speroni distende su Francesco Guicciardini storico proprio perché esprime una valutazione degli accadimenti da lui esposti negli scritti specifici.

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