mercoledì 13 settembre 2017

Di nuovo sul dramma moderno.

In un estratto di un articolo francese sul rakugo (落= raku e 語= go) si afferma che il finale del racconto (l'ochi: 落, dove l'identità del carattere rispetto al primo della parola precedente in contemporanea alla diversità di lettura dello stesso non è casuale) deve essere comico, far ridere anche se il corpo principale del racconto dovesse aver mosso i sentimenti - pur se non è scritto - degli uditori. Ossia, viene confermato il restringimento del valore del termine "drammatico" a 'tragico' o 'spaventoso', intervenuto: ma, originariamente significando "drammatico" 'rappresentato in scena', 'agito in palco da attori', anche la commedia fu - e dovrebbe poter esser ancora considerata - un'opera drammatica, benché non seria. Accostando il rakugo ad uno dei modi delle opere omeriche secondo i critici letterari cinquecenteschi italiani aristotelistici, il genere ricadrebbe in quella pratica del personaggio Ulisse nei libri VIII - XII dell'Odissea, il quale, nel raccontare ad Alcinoo ed Arete gli eventi che ha subito, "assume i panni ora di un personaggio, ora dell'altro", inscenando per quanto possibile da fermo l'agire di ciascuno. Quasi come nel rakugo, dove aiutano l'efficacia della rappresentazione la polivalenza del tenugui e del ventaglio. D'altra parte, gli stessi critici ritengono l'Odissea abbia alcune parti comiche, che sia "più comica" dell'Iliade, allo stesso modo in cui alcune tragedie euripidee scioglientisi in un lieto fine all'interno di questa impostazione "rischiano" di essere ritenute quasi comiche (Robortello). Il problema viene "risolto" da Giraldi Cinzio quando propone che la tragedia possa essere ritenuta tale in tutti quei casi nei quali includa alcune parti "terribili" nel corpo, e non obbligatoriamente nello scioglimento.

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