sabato 21 ottobre 2017

Alla fine...

...di dotte o meno discussioni sul tema, si potrebbe perfino concludere in favore del fatto che nessun sentire è "nostro", in uno scrittore. Anzi, affermando vari critici intervenire un distacco, un'estraniazione dell'autore dall'opera pressoché immediatamente dopo la conclusione dei preparativi per la pubblicazione del manoscritto, potrebbe sintetizzarsi il concetto coll'affermazione che nemmeno l'autore è proprio, se si affrontano da un lato l'idea dell'autore proveniente dall'opera, e la sua mutevole permanenza fisica e mentale, che la prima oltrepassa nella maggioranza dei casi. Alcuni in opposto segnalerebbero più casi di note d'autore ad esemplari della propria opera, che si tratti di copie non allestite dall'autore, o di esemplari della stampa. Tuttavia, continuando l'elideista a propugnare la non esistenza di una "cultura occidentale", di una "cultura indiana" etc. quale iperuranica unità da cui discenda ad particularem l'opera e l'individuo singolo, deriva che è più credibile sia solo astraendo dalla letteratura incarnata nel singolo volume, unicamente attraverso il confronto fra più opere e copie, e generalizzazioni operate dal particolare lettore - guidate o meno - che l'uomo costruisce la Letteratura e la "letterarietà". Dunque qualsiasi Nobel della letteratura "non è nostro" (come potrebbe, se non è neppure proprio?), e tutti possono divenire tali solo parzialmente, come i non premiati dall'Accademia di Svezia in qual si voglia "campo".

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