lunedì 27 novembre 2017

Una cosa che...

...anche "fini intellettuali" non comprendono o fanno mostra di non comprendere è che l'uomo "politicus", in una democrazia, non è solo colui che raggiunge il "seggio" (vedi Napoli ancien regime) ed annesso "gettone" o stipendio a qualche livello della (sovra?)struttura statale, e neppure solamente l'iscritto che si trovi in qualche grado di un partito giuridicamente e gerarchicamente sistematizzato; è invece uomo politico, in tale ordinamento della gestione della cosa pubblica, ogni cittadino di pieno diritto nei suoi rapporti sociali e burocratici: in questi ultimi, per esempio, non solo il cosiddetto "impiegato" statale esplica funzioni politiche; non solo le dispiegano allo sportello od alla scrivania il dipendente parastatale o "privato"; ma pure l'individuo parte del pubblico che certuni amano appellare "indistinto". Anche nei casi sopra appena abbozzati, le due "parti" sono comunque cittadini singoli, detentori in quanto tali di sovranità, e dunque uomini politici. Essere uomini politici è diverso, precede l'essere "professionista dell'attingere e mantenere seggi in assemblee rappresentative". E' l'equivoco superiormente descritto che porta l'elideista a sostenere la necessità di un ampliamento del ricorso al voto diretto del popolo, per cominciare in quegli stati democratici la cui consistenza territoriale e demografica consentirebbe di organizzare la sua consultazione su ogni provvedimento con poca spesa ed in tempi ristretti, se si volesse. Casomai ci fosse maggiore rispetto per il "comune cittadino" democratico quale individuo educato, competente almeno in un campo particolare - considerata poi l'esaltazione attuale dello specialismo - ed infine detentore di diritti e sovranità, senza continuamente trattarlo come spregevole "canaille" volterriana buona solo a pagare muta le tasse, per quanto non ci si possa nascondere eventuali pericoli... Ma non è che il sistema esclusivista in vigore non abbia difetti e rischi anch'esso.

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