lunedì 8 gennaio 2018

Che fortuna.

Leggo l'intervento di un critico di peso. Scrivendo di Franco Fortini come di un autore dimenticato (e non è detto che in ciò erri) nonché di Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini, definisce perché questi tre autori sarebbero gli "ultimi classici" della letteratura italiana. Aggiunge che ciò vale soprattutto per "la poesia", intendendo quest'ultima in senso divulgativo e "popolare" come scrittura in verso, e perciò assumendo il pregio di riportare nella discussione di orientamento più ampio su cos'è la letteratura qualcosa di differente dal tirannico romanzo (in prosa). Certo, potrebbe sembrare una definizione di poesia à la Speroni e Patrizi, per far due nomi cinquecenteschi; ma se si potesse dare per assodato passo avanti il recupero per via etimologica di un valore più ampio, di un àmbito più esteso per la letteratura stessa, allora ne dedurremmo di trovarci davanti al tipico passo indietro che è un camminare in avanti, od almeno la premessa necessaria a progredire. Quindi, dopo che, con gesto da "arcaico" costui ha riampliato la letteratura, possiamo continuare il discorso e tornare ai tre autori citati ed al loro essere classici. Posto che ogni epoca ridefinisce il classicismo con un meccanismo di esclusione ed inclusione, qui Pasolini, Calvino e Fortini vengono proposti come ultimi classici perché nel loro scrivere è evidente la partenza dal presupposto che l'operazione letteraria viene posta in atto esibendo, agli occhi di chi è in grado di cogliere l'esposizione, la volontà di non troncare i rapporti colla tradizione, ma anzi di indicare una propria continuità rispetto ad essa: rapporti che stanno nella plasticità del suo utilizzo, nel ridare una forma a quella materia letteraria che, come un tumulo, preesiste all'opera del singolo, e che è composta dai testi che ci hanno preceduti, e che sono sopravvissuti (direttamente; ma, nella visione elideista, anche indirettamente). Michelangelo "trasformava" la pietra in statua, mentre dalla prima "cavava" neoplatonicamente la figura che vi era im - prigion - ata. L'elideista, pur rifiutando l'idea che la tradizione sia materia inerte (ed anzi, la tradizione è arte, dal punto di vista del successore "classico" - cioè in Europa fino al XVIII secolo inoltrato perfezionabile o trasformabile, ma arte -: l’inerte è materia bruta, e Guittone non era comunque tale), ché essa vale tutt'altro, quando tenta di applicarsi con maggiore o minore successo - se poi il successo si definisce in una piana regolarità rispetto alla prassi ed alla "grammatica" contemporanea - all'arte della scrittura verbale, ma anche eventualmente musicale, il suo atto vorrebbe essere appunto rifare il più consciamente possibile, imitando, la tradizione. Infatti fin dall'inizio l'elideista suppone che una qualche tradizione si infiltrerà comunque nel suo dar vita all'opera, e che buona parte della sua coscienza artistica si porrà in atto nel contenimento degli "automatismi" che da ciò derivano cercando di lasciare comunque una impronta propria, un orientamento emergente, una ricombinazione per cui il variare si presenta caratteristico, individuale. Dunque, un tentativo di classico vicino a come sembra emergesse dalla definizione superiormente descritta.

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