venerdì 2 febbraio 2018

"La dottrina...

...di Socrate secondo Senofonte, Platone ed Aristotele". Antonio Labriola ancora "herbartiano" scrive a pagina 54 che: "La stessa scepsi filosofica [antica, il che forse è un poco troppo ampio] intende la contraddizione [tra cosa e sua rappresentazione] solo come uno stato erroneo della rappresentazione, non mai fondata come una reale opposizione di soggetto ed oggetto". Ma intanto, attualizzando, la difficoltà non è l'opposizione tra soggetto (conoscente) ed oggetto (conosciuto) ma tra oggetto e sua rappresentazione nel soggetto. Il problema si pone allorché si vuol dimostrare che la rappresentazione la quale il soggetto si fa (nel linguaggio, non solo nella lingua) dell'oggetto che resiste alla dissoluzione nel soggetto corrisponde in tutti i suoi particolari all'oggetto stesso come concreto sinolo. I sensi del soggetto umano non essendo i più perfetti del mondo animale, e non potendo gli strumenti a disposizione dell'uomo stesso pretendere alla perfezione come vulgatamente intesa, e dunque essendo impossibile escludere l'errore e giungere alla definizione univoca, l'aporia della conoscenza umana è l'aspirazione dell'uomo ad una definizione inerronea ed esaustiva (dove i due distinti aggettivi dovrebbero essere visti come endiadi), ed il fatto che tale inerroneità ed esaustività sia soltanto una aspirazione approssimabile ma irraggiungibile. Nella adaequatio rei non abbiamo una aequatio, ma una approssimazione (ad= apud = 'presso', cioè solo vicino).

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