lunedì 30 aprile 2018

Scritto...

Condivido essendo europeo e per di più appartenente ad una delle più antiche tra quelle che son dette convenzionalmente civiltà che si abbiano in tale parte della terra, l'idea di quei vecchi corrotti la quale li fa guardare ai corsi di scrittura creativa esibendo 'un misto di condiscendenza e fastidio', perché sembra la classica via di cui ci si serve per spazzar dal campo le alternative, anche solo grafiche, delle parole, e quindi per imporre 'l'unico modo giusto', per così dire, utilizzabile nella scrittura. Tuttavia devo ammettere che allo stesso tempo non mi aggrego all'idea (post)romantica che il solo legislatore dell'artista (perché lo scrittore dovrebbe essere - e basta: niente "considerato" - un artista) sia lui stesso, almeno nella misura in cui, di fatto, è interessato a vendere, in cui parametra la propria posizione nel mondo al rapporto in cui lo smercio delle sue opere sta con quello dei testi altrui. Il problema di certuni è piuttosto trovare un equilibrio, per cui le "rotture" disseminate come trappole avverso alle attese del lettore che, qualunque sia il suo livello, nel patto collo scrittore include se non ogni volta spessissimo la pretesa che il secondo faccia in modo tale il suo "mestiere" da consentirgli di leggere tutto senza fatica - cioè in modo corrente, con tutte le implicazioni dell'andare di corsa - non siano così frequenti; e le esigenze derivanti dalla singola formazione dell'autore (necessariamente impossibilitata a cadere sempre nei medesimi luoghi di quella di chi lo legge), volta a far sussultare ogni tanto certo, ma neanche troppo poco, la punta del sismografo, di creare dei picchi nel tracciato dell'elettrocardiogramma che è il libro in corrispondenza di quei punti in cui viene registrato lo sforzo di ampliamento e ricerca indotto dalle ricerche ed approfondimenti intorno ad un significato, una tornitura di frase inattesa. Proposta, non imposizione.

domenica 29 aprile 2018

Va bene:

Il settimo capitolo della Fenomenologia dello spirito mi conferma nell'idea che mi ero fatto di lui nelle oltre duecento pagine di testo tedesco dell'Enciclopedia e nelle prime novantacinque della medesima od ancora medesimissima Fenomenologia. Un teologo per niente innovativo; un pastore neoplatonico dai concetti triti (il mondo è il male: che ci sia un bel mucchio di dolore è risultato scontato per me a dieci anni, e continuo a ritenere che la vera parola che si nasconde sotto Il Male sia in conclusione 'dolore, sofferenza', quella egoisticamente singola). E' impossibile urlare in eterno: "Il mondo è mio" e trovare che così è, il mondo inesistente resiste e fa come il mulo: ti rompe le ossa a calci col suo zoccolo.

sabato 28 aprile 2018

Sulla morte di Dio.

La "Morte di Dio" di cui leggiamo ne La gaia scienza non è quella dell'essere divino. Non si tratta neppure di negare del tutto la sua esistenza. A Nietzsche Dio, la sua dimostrazione come effettivo (con effetto), o negare che esista, non interessa affatto. Il problema è che Dio - quello monoteista della fratellanza - è morto nell'uomo, ed è rimasta solamente la maschera indossata dai suoi rappresentanti massimi o dai minuscoli "fedeli". Prima potevi sperare che sotto la maschera del mendicante o del re si celasse Dioniso, anche se il dio non può essere guardato nel suo vero aspetto; potevi sperare addirittura che sotto la maschera di Dioniso si trovasse Dioniso. Ora non più, il messaggio è solo scritto, e manipolato, maneggiato per tutt'altro. È il problema, il lato negativo di quella dottrina inutile ed insensata che è detta dottrina della provvidenza, con tutte le sue ricadute.

venerdì 27 aprile 2018

Sulla libertà...

...dallo straniero, quanto segue, ossia la considerazione facente seguito alla lettura dei Consigli politici di Plutarco da Cheronea, per cui il problema non sembra tanto l'impossibilità di liberarsi dall'oppressione straniera - più casi nel tempo paiono indicare come il suo stesso scorrere implichi il rivolgimento di ogni stato che pare immodificabile - quanto che siano da indicare al consigliato i dettagli non insignificanti: il primo, che la rottura delle catene raramente si ottiene dall'oggi al domani, col solo moto di unirsi ad altri fuor delle cave; bensì necèssita tempo (l'Impero Romano d'Oriente è distante, nella sua sostanza oramai chiaramente greca, circa tre secoli, all'epoca della stesura; proprio in quel torno di tempo sarebbe caduto l'Impero d'Occidente in Italia, e per 1400 anni nessuna autocrazia effettiva del popolo antico nella penisola...); il secondo, che sarebbe meglio accantonare il sogno seguendo il quale recupero dell'indipendenza sarebbe lo stesso che restaurazione del vertice di potenza passato: né la Grecia né l'Italia sono tornate l'una alla forza delle guerre persiane e degli stati ellenistici, l'altra ad allungare i propri confini su tre continenti dopo rispettivamente il 1831 ed il 1860, e la supposizione che sarebbe realmente successo soprattutto nel secondo caso s'è rivelata una malattia perniciosissima. Onde aggiungere esempi maggiormente prossimi ai nostri tempi, Francia e Germania non sono durate nella loro forza armata più di qualche decennio, tanto più fortunatamente per tutti in un caso particolare; la Spagna, "tramontata" ad essere ottimisti nella prima metà del XVIII secolo, dovrà aspettare molto tempo prima di riveder le vette del dominio, come la Gran Bretagna, ammesso poi che entrambi gli stati, come tutti gli altri, dovessero ancora esistere in una fisionomia comparabile in un sufficientemente lontano futuro. Intanto aspetti l'Europa d'avvertire il fragore d'una caduta dello "Impero nuovo" in Nordamerica, e non conti troppo di subentrare ad esso quando si eclisserà.

giovedì 26 aprile 2018

Continuo a dire:

"La Bibbia della cui minima scheggia non sarò mai all'altezza è l'opera tutta di Dante Alighieri: che, ancor prima di essere cattolico si sentisse tale, è ai miei occhi un accidente. Importantissimo, ma pur sempre un accidente".

mercoledì 25 aprile 2018

Sulla visione europea...

...almeno, dell'economia. Un giurista e storico dell'economia circa quarant'anni fa in una sua corposa opera sull'economia dell'impero romano verso la fine legò strettamente l'inflazione e la depressione economica. Tocca osservare la mutata interpretazione del fenomeno, per cui oggi il liberismo economico assegna come scopo principe ad una Banca Centrale il mantenimento più o meno costante di un moderato tasso d'inflazione all'interno di un'area di libero scambio che esibisce l'intenzione di trasformarsi in Stato. Su quest'ultimo aspetto è da dire quanto segue: a) certo è probabilissimo l'interesse esclusivo di tale area e di chi la dirige sia solo e soltanto economico; b) comunque, l'idea che uno Stato si costruisca partendo dall'economia e dunque dal suo principato politico è indicativa.

lunedì 23 aprile 2018

Il potere...

...di Roma era fondato sulla solidarietà di un popolo per legge (due, se si considera la cittadinanza latina, "serbatoio" di nuova romanità).

sabato 21 aprile 2018

Un essere...

...definito razionale, bipede e mortale, che sul documento identificativo porti alla voce imprecisa "nazionalità" la dicitura corrispondente aggettivalmente al territorio definito dai confini dello stato in cui lo si incontra, per l'elideista ne è cittadino pieno giure. Altro è se egli per i motivi più disparati illegittimi, altrui od anche propri, tale non si senta.

venerdì 20 aprile 2018

Finché...

...nessuno capirà, anche per interessi di parte, che ogni scienza è umanesimo, ed ogni umanesimo scienza, gli appelli che le "due parti" si rivolgeranno con intenti in parte colpevolizzanti l'Altro approderanno non solo a nessuna conciliazione, ma neppure a qualcosa.

giovedì 19 aprile 2018

Ancora sul popolo.

Tocca dissentire in parte da uno studioso conosciuto, benché noti anch'esso la deprivazione di valore cui è andato incontro negli ultimi il termine popolo. Si noti la definizione di Ernout - Meillet Dictionnaire etimologique de la langue latine 4^ edizione, pagine 923 - 24: "ensemble des citoyens" e Cicerone De republica 1, 25, 39: "populus autem non omnis hominum coetus [...] sed coetus multitudinis iuris consensu". Soprattutto a Roma antica, "popolo" e "nazione" saranno stati concetti vicini ma non identici, tanto più se si considera che la tradizione già narrava di una città certo non fondata da una stirpe omogenea, ma da persone di varia provenienza, nonostante gli storici latini ci spieghino che tale ambito fu una conquista progressiva della plebe, la quale inizialmente non godeva pienamente delle proprie prerogative. Persino in Lavinio, mentre il re Enea era troiano, la regina era latina. Si apprezza tuttavia che tale studioso di nome abbia scritto per opporsi alla tendenza che confonde "popolo" e - nelle sue parole - "massa", da maza greco, che rende più l'intenzione di certi gruppi volenti la manipolazione dei cittadini come qualcosa di inerte. Un appoggio alla elideista resistenza contro la sovrapposizione di popolo, pubblico, e "residenti", "fonte di tasse", "riconfermatori al seggio in occasione di elezioni".

mercoledì 18 aprile 2018

Come potrebbe...

...colui che scrivesse narrare un evento traumatico vissuto? Anche ammesso che potesse dispiegarlo in un'opera, ci sono più che importanti critici già cinquecenteschi che s'impegnarono ai tempi loro nel difendere Dante Alighieri nella sua condizione - statuto fondamentale per l'opera - di legittimo personaggio della Divina Commedia, come la chiamò Boccaccio. E finalmente oggi qualcuno che non solo ammette di non riprodurre la realtà in uno scritto, ma che esprime chiaramente come la sua scrittura non intenda per nulla farlo. L'unico errore è affermare di non "parlare di sé", fare la troppo enfatica dichiarazione per cui invece le sue parole avrebbero l'intento di descrivere il mondo: si dovrebbe scrivere: descrivere il mondo, quando dovesse insistere a tralasciare l'aggiunta: "dal punto di vista del mio soggetto". Esso non è infatti integralmente escludibile, se neppure può esser del tutto soppresso: certo l'autore sembra che dovrebbe in primo luogo tentare il controllo dell'impulso all'autobiografismo in ragione dello stesso movente per cui nel testo c'è un personaggio che porta il suo nome, od una variante. E chi ha detto che un racconto inizia ab ovo per proseguire lungo la linea della rigorosa successione cronologica? Non avevamo superato questa teoria da oltre duemila anni?

martedì 17 aprile 2018

Il "pensiero collettivo"...

...è una astrazione, e quindi non si dà in qualsivoglia parte indicabile. Esso infatti, la definizione, l'orizzonte della parola che dovrebbe dargli insistenza, è al massimo la convenzione di successo di un gruppo. Quando una definizione diviene "collettiva", il "pensiero" attorno ad essa, la critica, se non è assente comunque viene ridotta ai minimi termini. Piuttosto espressa, "spinta fuori dalla cerchia dei denti" che altro, certi che la convenzione più diffusa nella maggioranza non richieda molto di più. La definizione è lingua e non parola, per usare i termini di uno svizzero, nella maggor parte dei casi. In questo senso è astratto e sì, anche automatico, come può essere vista quale automatica, avolontaria, l'attività di un dio che è tale proprio perché l'agente è Puro Atto. La collettività almeno nel senso più diffuso oggi, non è che un semplice "insieme d'elementi" o peggio (?), congerie. E dunque, poiché il pensiero collettivo nella sua concreta espressione è solo individuale, ed individualmente preso è almeno differente ogni volta, se non diverso, è una astrazione, una trascendentalizzazione in Iniziale Maiuscola. Ciò che ha preceduto non è l'affermazione contemporanea dell'esistenza di un "pensiero da pensare" obbligatoriamente. Al contrario. L'intenzione delle persone che sono indicate come guide registrate ufficialmente, istituzionalizzate del pensiero, almeno nel momento in cui credono di essere interpreti del pensiero collettivo, è di esprimerlo; ma esprimono soltanto la loro versione, dove gli altri scambiano il molto che si avvicina al loro modo di guardare il tema per il tutto o per lo "abbastanza". Ed appoggiano. Il che si può fare; ma sempre sapendo che crediamo i due pensieri siano identici, mentre non lo sono, almeno in un dettaglio che in quel momento viene valutato insignificante o meglio irrilevante. La posizione estrema dell'elideismo, quella che lo renderebbe inconciliabile sia coll'idealismo che coll'empirismo se troppo conosciuto, è sostenere che ogni definizione è un mutevole compromesso / conflitto fra "società" - sistema di vita del singolo in presenza di altri - ed individuo, dove la prima tenta di presentarsi come individuo più forte cui quello meno potente deve ubbidire. Le due forze giungono ad un equilibrio instabile adeguandosi in parte l'una all'altra. A particulare ad generalem, dove comunque ogni particolare viene astratto nel generale per divenire gestibile; ma non si dà in alcun caso "vera" identità, solo una variabile quantità di punti di contatto. Il quadrato moltiplicando i lati approssima il cerchio: non si fa esso mai. Altrimenti si trasforma, non è più. Dunque il "pensiero collettivo" è al più un autoinganno esercitato da ogni singolo su sé stesso che gli consente di vivere nel gruppo con una certa libertà vicino ad altri quando non sia costretto a farlo. La legge funge da mutabile punto di riferimento per la vita ravvicinata di più individui, di cui nessuno in un regime democratico può imporre violentemente la propria opinione: le persone o gruppi che invece hanno tale comportamento od addirittura ne fanno un programma sono punite.

lunedì 16 aprile 2018

Tralasciando...

...l'etimologia, consideriamo le probabilità di un evento in conseguenza della parola "pacifismo". Implicata in una guerra o vivente una dittatura nemmeno estrema, la specie del pacifista vero, non violento, tende a soffrire un'alta mortalità. Dunque certamente nei teatri di guerra e nelle epoche e territori dittatoriali spesso non raggiunge la "massa critica", purtroppo.

domenica 15 aprile 2018

Dove vale?

Dove vale l'idea di "classe"? Leggo, circa un lamento letterario d'attorno alla decadenza della pietà religiosa d'una città famosa da qualche secolo, che se esso fosse isolato, lo si potrebbe credere un errore prospettico d'un elogiatore di tempi trascorsi, come quando Baldassar Castiglione effigia ne Il cortegiano quegli anziani che vagheggiano nella memoria non solo le virtù solidali dei propri tempi, ma puranco il modo di vestire, di portar la berretta; la conclusione, che deriva dall'osservare come invece il "planctus" non sia posto nel vuoto, bensì appoggiato da altre "parole di dolore, accenti d'ira, voci alte e fioche", sarebbe che quanto riferito dal singolo testimone dovrebbe essere considerato più attentamente quale possibile verace descrizione dei fatti. Ricordo m'insegnarono nei miei studi storici a diffidare dei numerosi ritratti degli imperatori romani come belve sanguinarie e dedite inoltre alla crapula nonché lussuria, tenendo conto del fatto criticamente importante per cui pressoché tutti gli storici romani i cui testi sono sopravvissuti agli anni provengono dalla classe senatoria, quindi da una opposizione via via sempre più inerme all'idea stessa di imperatore, di monarca. Livio fu un "pompeiano", pare: od almeno così lo definì qualcuno. Tralasciando la considerazione personale che difficilmente un potere arbitrario giova al rispetto dei diritti del cittadino comune, si deve comunque ammettere che, soprattutto nella società antica, la provenienza da un ceto in senso etimologico implicò anche una base comune ad esso di formazione culturale intesa ampiamente, di valutazione dei fenomeni.

sabato 14 aprile 2018

Scelta...

...significativa quella di una certa religione per definire l'identità di parere su di un tema: ortodossia contro eterodossia; non omodossia avverso eterodossia, quando non eresia (si veda A rigore). Poiché una opinione concorde fra molti così s'afferma non necessariamente retta. Peccato che poi si sia usato proprio l'argomento dell'identica opinione di molti sostenuta per lungo tempo come "dimostrazione" della veridicità di una tesi.

venerdì 13 aprile 2018

Ariosto...

...ha dovuto lavorare decenni per ottenere la "perfetta coerenza" interna di una ed una sola opera: e chissà che a guardarla bene col microscopio... Dunque, se le opere sono ben più d'una in un arco forse paragonabile, odiernamente...

giovedì 12 aprile 2018

Poiché la grandezza...

...è relativa all'opinione dei luoghi e dei tempi, si può dire che presumibilmente la prima "megalopoli" della storia umana fu Ur; o quella città i cui resti sono stati scavati nell'attuale territorio della Turchia.

Tra l'altro...

...se si guarda bene, lo "ius soli" non è ovviamente un diritto "e solo", bensì "e lege"; così lo "ius sanguinis".

mercoledì 11 aprile 2018

Dunque...

...se il principio della moneta fiduciaria (quella il cui valore nominale o facciale è diverso dal cosiddetto "valore intrinseco", ossia assegnato (oioumenos) nell'opinione più diffusa al peso del materiale o dei materiali che la compongono) non è storicamente radicale, sorge in tempi abbastanza precoci, anche solo mantenendo integra una singola moneta fabbricata con un materiale ritenuto prezioso (in quel tempo ed in quel luogo, perché se la moneta è creata "per favorire gli scambi", essi sono prima di tutto ed in massima parte quelli all'interno di uno stato, e solo poi si pone il problema del loro utilizzo nel commercio con l'estero), cui si assegnava da parte dello stato particolare il ruolo di riferimento, e poi variando la percentuale di fino nelle altre monete senza tendenzialmente variare il loro facciale, utilizzando tale meccanismo come forma di reazione alle supposte o reali necessità contingenti: queste monete di valore nominale più basso erano garantite dal loro rapporto di convertibilità - tanto più stabile quanto quello tra valore facciale ed "intrinseco" convergevano - in relazione alla moneta di riferimento, e per l'appunto non dal pregio (=pretium) intrinseco, tra l'altro in termini monetari fluttuante, perciò si mutavano di fatto in monete fiduciarie delle svariate garanzie statali: sicurezza, comunicazioni etc.. Sovrattutto che si potessero avere, in conversione delle monete di minor valore, quella pura o quasi che fungeva da riferimento per le altre, e che era quindi quella più chiaramente spendibile.

martedì 10 aprile 2018

E il Trentino -

...Alto Adige, ricordate bene: è trilingue. La stato elideisticamente parlando più vicino alla perfezione è quello che vede la tutela delle minoranze compiersi nello scambio fra culture, a cominciare dalla promozione statale del plurilinguismo (non bilinguismo, là dove le lingue ammesse ufficialmente sono più di due) iniziando il prima possibile e prendendo le mosse dalle lingue diverse parlate entro i propri confini, prima che da una supposta lingua franca internazionale. Vedi La questione delle lingue. Passaggio dall'ideale al reale.

lunedì 9 aprile 2018

L'immaginazione,

il fare immagini mentali, nella misura in cui è facoltà associativa "analogica", dalla prospettiva razional - matematica attuale è facoltà arcana, primitiva equivocamente al di là dell'arcaico, pur se può essere spiegata colle neuroscienze. Ma un fenomeno umano non - (del tutto) umano per la scienza in senso ristretto non diviene degno dell'uomo perché spiegato, e questo da una certa prospettiva è grave difficoltà (dif - ficultas).

domenica 8 aprile 2018

Nella terra di nessuno.

Ben poco di ciò che accade in questo mondo è veramente separabile così nettamente che si abbiano due versanti: uno dove le cose risaltino contro un non - colore chiaro; l'altro dove siano immerse nel suo opposto che assorbe ogni luce. Mundus, -i: "ensemble de corps célestes, univers lumineux. Semble bien etre le meme mot que mundus: 'parure', qui a été choisi pour designer le 'monde', sans doute à l'imitation du grec". Ernout - Meillet, Dictionnaire etimologique de la langue latine, quarta edizione, pagine 746 - 47, 1951. Un ordine conferito.

sabato 7 aprile 2018

Il punto fondante II.

Si trattava dunque di far sentire ad ogni membro di una parte del meccanismo statale (solo in parte "sociale") di: 1) avere propri diritti da difendere, e dunque interesse a proteggere il sistema onde conservare tali diritti, che al di fuori di esso non sarebbe stato certo di riuscire a conservare; 2) dargli la sensazione di potere, agendo nel modo "corretto", acquisirne altri e migliori. Nel momento in cui il membro del sistema si accorge che l'unico diritto rimastogli è il dovere di fare qualcosa, benché la "libertà" di cui gode sia la massima riconosciuta dalla legge, nella pratica il sistema stesso, che nega ripetutamente ogni miglioramento della situazione, comincerà a mostrare crepe.

venerdì 6 aprile 2018

Poté...

...forse il Conte Ugolino dare ai suoi figli quel cibo che disperatamente chiedevano? E non perché non volesse non riuscì.

giovedì 5 aprile 2018

mercoledì 4 aprile 2018

"Colono".

E' 'colui che coltiva'. La terra. A rigore, che sia libero o schiavo. Certo, la pratica romana della colonizzazione era un trasferimento di uomini liberi su terreni da porre a frutto, con tutta una serie di altri scopi connessi. Tuttavia, il colono che non fosse al tutto pauper, soprattutto dopo una certa epoca, poteva avere uno schiavo - servus - che lo aiutasse nella coltivazione, e che dunque non era giuridicamente colono, ma tale poteva essere considerato nella pratica. Infatti "schiavo" è termine seriore per servo, che nella Roma antica era non libero. Sclavus (maschile) e sclavis, sclava (femminile) sono attestati nel Medioevo dai repertori (Charles Du Cange, Glossarium Mediae et infimae Latinitatis; Jan Frederik Niermeyer, Mediae latinitatis lexicon minus) come sinonimi di servus. Vide Ulpianus, Digestus 33.7.12.3: "servus, qui quasi colonus in agro erat". Infatti il colono proprie è uomo libero.

lunedì 2 aprile 2018

Come dimostra...

...la storia romana, in una "società" senza tutele universali e nella quale, con metodi lungo il corso dei tempi diversi, il lavoro è mantenuto precario, chi del lavoro si giova punta a differenziare gli interessi particolari (peculiari) dei sottoposti. Diverso fu a Roma essere un liberto, un libertino od un ingenuo; un ingenuo poté essere auctorato; differente era essere cittadino di diritto romano, cittadino di diritto latino, o solamente libero. Poi c'era la distinzione fra patrizi e plebei, e quella censitaria. Diverso fu essere servus ordinarius o vicarius.