domenica 15 aprile 2018

Dove vale?

Dove vale l'idea di "classe"? Leggo, circa un lamento letterario d'attorno alla decadenza della pietà religiosa d'una città famosa da qualche secolo, che se esso fosse isolato, lo si potrebbe credere un errore prospettico d'un elogiatore di tempi trascorsi, come quando Baldassar Castiglione effigia ne Il cortegiano quegli anziani che vagheggiano nella memoria non solo le virtù solidali dei propri tempi, ma puranco il modo di vestire, di portar la berretta; la conclusione, che deriva dall'osservare come invece il "planctus" non sia posto nel vuoto, bensì appoggiato da altre "parole di dolore, accenti d'ira, voci alte e fioche", sarebbe che quanto riferito dal singolo testimone dovrebbe essere considerato più attentamente quale possibile verace descrizione dei fatti. Ricordo m'insegnarono nei miei studi storici a diffidare dei numerosi ritratti degli imperatori romani come belve sanguinarie e dedite inoltre alla crapula nonché lussuria, tenendo conto del fatto criticamente importante per cui pressoché tutti gli storici romani i cui testi sono sopravvissuti agli anni provengono dalla classe senatoria, quindi da una opposizione via via sempre più inerme all'idea stessa di imperatore, di monarca. Livio fu un "pompeiano", pare: od almeno così lo definì qualcuno. Tralasciando la considerazione personale che difficilmente un potere arbitrario giova al rispetto dei diritti del cittadino comune, si deve comunque ammettere che, soprattutto nella società antica, la provenienza da un ceto in senso etimologico implicò anche una base comune ad esso di formazione culturale intesa ampiamente, di valutazione dei fenomeni.

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