martedì 17 aprile 2018

Il "pensiero collettivo"...

...è una astrazione, e quindi non si dà in qualsivoglia parte indicabile. Esso infatti, la definizione, l'orizzonte della parola che dovrebbe dargli insistenza, è al massimo la convenzione di successo di un gruppo. Quando una definizione diviene "collettiva", il "pensiero" attorno ad essa, la critica, se non è assente comunque viene ridotta ai minimi termini. Piuttosto espressa, "spinta fuori dalla cerchia dei denti" che altro, certi che la convenzione più diffusa nella maggioranza non richieda molto di più. La definizione è lingua e non parola, per usare i termini di uno svizzero, nella maggor parte dei casi. In questo senso è astratto e sì, anche automatico, come può essere vista quale automatica, avolontaria, l'attività di un dio che è tale proprio perché l'agente è Puro Atto. La collettività almeno nel senso più diffuso oggi, non è che un semplice "insieme d'elementi" o peggio (?), congerie. E dunque, poiché il pensiero collettivo nella sua concreta espressione è solo individuale, ed individualmente preso è almeno differente ogni volta, se non diverso, è una astrazione, una trascendentalizzazione in Iniziale Maiuscola. Ciò che ha preceduto non è l'affermazione contemporanea dell'esistenza di un "pensiero da pensare" obbligatoriamente. Al contrario. L'intenzione delle persone che sono indicate come guide registrate ufficialmente, istituzionalizzate del pensiero, almeno nel momento in cui credono di essere interpreti del pensiero collettivo, è di esprimerlo; ma esprimono soltanto la loro versione, dove gli altri scambiano il molto che si avvicina al loro modo di guardare il tema per il tutto o per lo "abbastanza". Ed appoggiano. Il che si può fare; ma sempre sapendo che crediamo i due pensieri siano identici, mentre non lo sono, almeno in un dettaglio che in quel momento viene valutato insignificante o meglio irrilevante. La posizione estrema dell'elideismo, quella che lo renderebbe inconciliabile sia coll'idealismo che coll'empirismo se troppo conosciuto, è sostenere che ogni definizione è un mutevole compromesso / conflitto fra "società" - sistema di vita del singolo in presenza di altri - ed individuo, dove la prima tenta di presentarsi come individuo più forte cui quello meno potente deve ubbidire. Le due forze giungono ad un equilibrio instabile adeguandosi in parte l'una all'altra. A particulare ad generalem, dove comunque ogni particolare viene astratto nel generale per divenire gestibile; ma non si dà in alcun caso "vera" identità, solo una variabile quantità di punti di contatto. Il quadrato moltiplicando i lati approssima il cerchio: non si fa esso mai. Altrimenti si trasforma, non è più. Dunque il "pensiero collettivo" è al più un autoinganno esercitato da ogni singolo su sé stesso che gli consente di vivere nel gruppo con una certa libertà vicino ad altri quando non sia costretto a farlo. La legge funge da mutabile punto di riferimento per la vita ravvicinata di più individui, di cui nessuno in un regime democratico può imporre violentemente la propria opinione: le persone o gruppi che invece hanno tale comportamento od addirittura ne fanno un programma sono punite.

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