giovedì 3 maggio 2018

Il problema...

...nella comunicazione scientifica italiana non è il "diritto all'uso dell'inglese", ma l'ossessivamente propugnato obbligo di usare l'inglese; quando semmai essendovi lingue legalmente tutelate in Italia, esso dovrebbe riguardare in primo luogo l'impiego di francese e tedesco, quindi di sloveno ladino e sardo, nonché eventualmente catalano ed albanese. Le prime lingue "straniere" (e qui si è già scritto più volte sui due almeno aspetti del tema) da impiegare nelle traduzioni di scritti in italiano ai fini della loro diffusione sono le lingue utilizzate quotidianamente e legalmente da cittadini italiani, il che darebbe già ai testi una legittima apertura interstatale (piuttosto che "internazionale") ed un accesso ad essi da parte di centinaia di milioni di potenziali lettori senza passare ad una lingua sesta almeno. Nessuno certo impedirebbe di sfruttare l'inglese dopo - preferibilmente di seguito alla conversione in spagnolo, portoghese e rumeno - come scelta volontaria del ricercatore o dell'istituzione scientifica. Il latino fino a tempo fa, come il francese nel '700 ed '800, non era utilizzato, a che sappia, per obbligo di legge negli scritti diretti al pubblico dotto. Nel caso pure l'inglese si trovasse in quello stato, nessuna obiezione: ma lo scopo primo di uno stato democratico, in campo linguistico, dovrebbe essere favorire con tutte le proprie forze la comunicazione diretta fra i propri cittadini, e non si vede perché dal punto di vista delle lingue l'Italia non dovrebbe sfruttare una posizione pressoché privilegiata e darle impulso, finché può.

Nessun commento:

Posta un commento