giovedì 24 gennaio 2019

E comunque...

...una democrazia deve combattere l'eccesso di potere dirigente delle elite, tendenti "per natura" a chiudersi in sé stesse, nonché l'esagerata concentrazione del denaro nelle mani di una minoranza sempre in via di restringimento numerico: questo anche perché un fenomeno del genere danneggia la stabilità finanziaria e politica dello Stato. Uno degli aspetti della globalizzazione che sarebbe accentuato fino al parossismo dalla nascita di un autentico stato mondiale a base capitalistica sarebbe probabilmente la concentrazione delle risorse in pochissime mani. "Aristotele" non usa il termine oclocrazia, ma dà alcune osservazioni sulle conseguenze del peso politico della folla nella Nicomachea. L'Impero Romano d'Oriente sviluppa il lungo processo di emersione cetuale dei provinciali che era già emerso cogli imperatori spagnoli ed africani od arabi etc. dell'impero romano unitario. Quell'uguaglianza era cominciata basandosi su di una piramide di diseguaglianze egalitarie volutamente svincolate dal luogo: cittadinanza romana, cittadinanza latina etc. Simile mescolanza trasversale, creando opposizioni locali entro nuclei di persone prima relativamente compatti, era in realtà lo strumento principe dell'orecchiato ma poco analizzato dai più "divide et impera": una cercata frammentazione a scopo egemonico, ma che saggiamente per i vantaggi in ultima analisi dei cittadini romani, garantiva una certa dinamicità dei ceti con profitto politico riguardo alla stabilità del potere, anche perché ogni gruppo non troppo ampio aveva i propri privilegi da difendere contro quelli aventi meno diritti giuridici. L'editto di Caracalla distrusse questa struttura volutamente complessa dove ciascuna minoranza aveva tutto l'interesse a controllare quella a lei inferiore, e l'ordine generava salita lungo la scala dei ceti sino al grado massimo, che era in realtà già nel II secolo a. C. nuovamente il vero cuore della crisi dello stato romano. L'editto citato, più di tre secoli dopo riformò queste contrapposizioni riducendole a due: la prima, quella liberi contro servi; la seconda, divites adversus pauperes. La mina che fece crollare col suo vuoto il muro della società romana - che per i cittadini romani era solo quella composta da quelli colla loro stessa cittadinanza ed eventualmente dai latini legali, de iure tutti liberi - fu infatti autenticamente quella tra i cittadini potentes e gli altri, i debiles, impossibilitati ad agire in modo libero. Questo pare essere il problema anche delle democrazie attuali: la differenza, se non la netta diversità, tra il libero arbitrio teorico e la quasi assente libertà, sottoposta a vincoli ulteriori oltre al rispetto dell'altro, come le cogenti necessità della domanda di mercato, quando essa è solo dei fatti dispiegati dal singolo, dell'agire senza essere condizionati da altro. Bisanzio non era uno stato laico, bensì uno stato in cui il potere "civile" controllava quello religioso limitandolo il più possibile al rito divino, ché all'ordinata (soprattutto) cristianità dello Stato pensava l'autorità mondana, cui tale compito era riservato. In modo diverso fu il tentativo di Carlo V in Occidente quando il Cesare orientale era ormai scomparso: l'Asburgo, attraverso prima la conservazione dell'unità religiosa degli stati teoricamente sottoposti al suo diritto universale superiore alla legittimità di secondo grado dei suoi feudatari territorialmente particolari, poi col tentativo di farli convivere tra loro e coll'Imperatore mediante il riconoscimento della differenza religiosa intercorrente fra essi, voleva garantire l'unità dell'organismo "politico" complessivo.

Nessun commento:

Posta un commento