giovedì 10 gennaio 2019

Ora...

...nonostante la crescente considerazione della letteratura in lingua inglese (molti autori gallesi scozzesi ed irlandesi - ossia fino al 1921 statalmente britannici - nonché statunitensi hanno pur scritto in inglese, e sono gli unici i cui volumi siano grifagnamente tra gli artigli ghermibili in lingua originale in cittadine medie la cui dotazione di biblioteche si può tra l'altro descrivere come una specie di giardino dell'Eden rispetto a centri urbani "comparabili"), è più che altro la provincialità di un complesso più ampio, il quale ammette nell'uso da una parte "anglismi" a sproposito (spesso ortograficamente "quasi" crude forme latine che la grettezza scambia per invenzioni albioniche) a definire qualsiasi cosa, che innervosisce persone a caso. Con "a sproposito", s'intende in sostituzione di termini altrettanto pregnanti della propria lingua madre o di una delle lingue ufficiali nel paese anche più brevi di quelle della lingua alla moda, che invece viene utilizzata in quel luogo. Non appare per esempio comprensibile quale sia il motivo di purismo che spinge un estensore di articolo, in questo clima definito da taluni esterofilo, a scrivere eremiti sociali per definire quei giovani e meno giovani i quali per una serie di motivi - primo fra tutti il bullismo fisico e / o psicologico - si rinchiudono in casa quando non in una stanza sottraendosi al balletto delle relazioni interpersonali, quando una "sana" e pratica esterofilia aiutante la sintesi, precipua virtù gazzettistica, proporrebbe l'uso estremamente tecnico e brevificante del nipponismo "hikikomori". Chi sta bisbigliando: "non è inglese" e dunque conferma l'idea di un cosmopolitismo a senso unico, dalla veduta ristretta? S'intende scusato l'autore che usa il termine non appartenente ad una delle lingue ufficiali del paese solo perché sul momento non rammenta: ricorso alla copia; ciò sta a dire che un autore utilizzante la parola di una lingua ufficiale del paese inserita in un testo prevalentemente in un'altra lingua ufficiale non commette un crimine di lesa maestà letteraria, quando non ecceda.

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