martedì 5 marzo 2019

Comunque, chiariamo che...

...senza "erudizione", cioè competenze più che minime, sia metodologiche generali, sia linguistiche, paleografiche, storiche etc., non si può fare filologia: dunque ogni filologia, ogni scavo filologico, deve essere sorretto da erudizione; altrimenti non si dovrebbe persino cominciare. E sotto il profilo pratico ogni conoscenza ad un certo punto dei propri studi acquisita non permane a disposizione per l'eternità in un pacifico cassetto, ma bisogna fare ogni sforzo, via esercizio il più possibile costante, per mantenerla. Questo al "mero" scopo di edizione e commento. Per la critica "estetica" sembrerebbe augurabile, addirittura necessaria una certa, financo ampia, apertura mentale, il tentativo di comprendere il sistema di idee dell'autore e vedere poi quanto il risultato termini ad essere "internamente" coerente a quello, piuttosto che con quello del critico moderno, pure se quest'ultimo, quando dovrà infine dare un proprio giudizio "oggettivo", non riuscirà mai ad evitare l'infiltrazione delle proprie idee nel giudizio stesso. A spiegarsi il successo ed il fallimento di un'opera nella sua epoca e nelle successive risulterà più utile studiare i critici passati che hanno affrontato l'opera, il genere o l'arte in generale ricostruendone certo faticosamente le idee - si tratta di pagine a migliaia - per poi confrontare le proprie conclusioni col resto della letteratura secondaria - sempre e soltanto l'opera originale è primaria -. Si tenga conto che, nonostante quanto scritto sopra e nonostante l'impostazione elideistica spinga ad un ampliamento costante di quanto l'individuo conosce, il filologo comunque non è una enciclopedia che, a domanda, restituisce invariabilmente risposta breve e definitiva su di un argomento.

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