lunedì 13 maggio 2019

Leggendo Omero...

Se... ...Danao vincitore, è tuo dovere / fare sacre ecatombi agli immortali / apportatori a te della tua gloria, / rendendo grazie in fronte alle rovine / onde ottenere un felice ritorno, / quando tu non lo faccia, che 'l tuo nome / quello si sia di truppa o del Laerziade, colpiratti pur l'ira della dea / come parte che sei fra quegli empi, / ignorando lo sdegno nei commenti / secoli poi vergati con dottrina. Possiamo leggere nella disputa tra Menelao ed Agamennone (Odissea libro III) una riscrittura dello scontro tra Agamennone ed Achille; ma Menelao non è in questo caso Achille, bensì quel che fu allora il fratello. Potrebbe sembrare che il re di Micene abbia appreso la lezione di quell'errore: ma no, è "soltanto" una variante del suo esser pio dell'Aulide, che non gli leva la macchia di allora, eliminata, qual conseguenza della tara di stirpe, da Clitemnestra ed Egisto. Comunque, qui Menelao è l'empio: e viene punito colle sue peregrinazioni, finché non assolverà l'obbligo. Nestore narrante ripara l'errore quasi subito, e giunge "velocemente" a Pilo. Odisseo non viene punito inizialmente perché Odisseo, ma come parte di coloro che non han fatto il necessario: giunge ad Itaca due anni dopo Menelao perché i suoi uomini, i suoi sudditi (ma egli è quasi primus inter pares) han fatto quello che han fatto, il suo prestigio, la sua scaltrezza e la sua Peithò hanno fallito, e prima ancora ed in modo più grave, giacché è stato la mente dell'accecamento di un semidio, Polifemo, aggiungendo empietà alla prima. Potremmo pensare che, trovato un nuovo persecutore per il protagonista, il primo, pur esso giusto, sia naturalmente tornato dalla sua parte, poiché chi è perseguitato ha un protettore, e chi meglio di Atena per Odisseo, a parte il tutelare di suo nonno per ragioni genealogiche, Ermes? Ma Atena...

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