lunedì 6 maggio 2019

Ma non scrivete stupidaggini.

Per fare un esempio, già Michel Eyquem de Montaigne nel secondo libro degli Essais criticò negativamente certi storici francesi suoi contemporanei per aver volontariamente taciuto circa l'amante detenuta da Francesco I Valois e sul suo peso politico; contemporaneamente perché sosteneva la narrazione fatta dai du Bellay circa le guerre sostenute dallo stesso contro Carlo V fosse niente più che un'arringa contro l'imperatore asburgico. Sostenere che la storia è di per sé una disciplina critica - usando l'aggettivo in modo appena migliore rispetto a certi studenti di scuola superiore che stanno per partecipare ad un concorso nazionale di dialettica riservato - equivale ad affermare aprioristicamente che i testi di storia sul fascismo pubblicati durante il ventennio fascista da storici fascisti fossero oggettivi su risultati e motivi del partito. Tra l'altro, ho corretto lo "scrittore" affermante la storia essere un insegnamento critico: è vero che Cicerone sostiene esser la storia docente di vita; però nel moderno può esser sospettato dietro la parola "insegnamento" proprio il fermo immagine in letterale grisaglia della cattedra e del professore. Ma se voi riducete una disciplina a pretesto esclusivo per l'erogazione di un burocratico stipendio, nel duello dialettico esponete il fianco all'affondo micidiale o quantomeno feritore del "nemico". Trovate appunto argomenti migliori, ed usate meno triangolini esaltanti per spingere la ggente ad acculturarsi frequentando il Salone del libro di Torino (il cui successo comunque valutate dal numero di biglietti staccati e di copie di libri vendute sul posto, di certo non dalla partecipazione alle presentazioni e dalle domande poste dagli astanti durante i dibattiti), oltre che polemiche giuste ma cercate a scopo risonanza contro la presenza dei fascisti nei padiglioni.

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