sabato 7 settembre 2019

Il razzismo...

..."vero" sostiene una inferiorità connaturata e perciò insuperabile, di un popolo, fino a dare per certa l'impossibilità di qualsiasi progresso culturale di esso. Sostenere dunque che una popolazione mantenuta in un certo stato cultural - produttivo (o, marxianamente, l'opposto) non sia in condizione culturale adatta ad iniziare e condurre a termine una rivoluzione, è razzismo solo se insieme viene affermato che quella classe sia incapace di passare allo stadio successivo, di compiere il passo in avanti verso l'industrializzazione. Marx però nega che si possa progredire passo passo, mutando forma ad un'essenza immutata (Grundisse..., pag. 439, e che sia necessaria una rivoluzione cancellante il modo di produzione gerarchico nel caso da lui analizzato borghese: da tale mutamento infatti nella teoria discenderebbe anche il mutamento della società. Questa convinzione non è soltanto sua, ma si ritrova nel commento di Wakefield al capitolo III del libro I dell'Inquiry di Adam Smith nell'edizione inglese del 1835, che certo alcuni potrebbero leggere come razzista ma il cui intento non sembra quello: "An individual might, with comparatively | little exertion, furnish himself with an abundant | supply of the commodities essential to his subsist|ence; and if has no desire to obtain others, or if | that desire, however strong, could not be gratified, | it would be folly to suppose that he should be labo|rious, inventive, and enterprising"; si chiama "economia dello sforzo", concetto esplicitato in modo ampio da George Kingsley Zipf in Human Behaviour and the Principle of Least-Effort nel 1949, ma come si vede già presente in modo implicito ad autori del XIX secolo almeno; subito dopo nello stesso commento a Smith troviamo scritto che: "The Irish pea|sant, while living among peasant like himself, who | are all engaged in the very same mode of production [...] produces no more than is | required for his own family [...] He goes to London, | finds himself in the midst of a vast market, where | labour, or the produce of labour, may be rea|dily exchanged for a great variety of objects, and || immediately becomes one of the most laborious of | human beings". Cancellato il passaggio della merce sulla base del valore di scambio per "riportarlo" a passaggio in base al valore d'uso, e perciò trascorrendo dalla società verticale del rapporto obbligato entro lo Stato alla società orizzontale senza Stato in cui gli uomini si incontrano e producono volontariamente in gruppo, si avrebbe, se l'interpretazione qui proposta di Marx è giusta, una nuova umanità. Ma la società agricola è patriarcale, dunque gerarchica, sicché per superare la società borghese bisogna prima eliminare i residui dei modi di produzione e dunque delle società precedenti, per poi andare oltre il modo di produzione borghese e la società che ne deriva. Primo: la teoria degli stadi, della necessità di superare una fase per passare alla successiva non è di Marx, bensì di Bruno Hildebrand (in forma "compiuta"), per cui si veda ad esempio Die Nationalökonomie der Gegenwart und Zukunft, pag. 242, rr. 17 - 21. Hildebrand sostiene che sia necessario un progresso culturale per ottenere un progresso economico, mentre Marx ritiene la cultura una sovrastruttura (Überbau) dell'economia, cioè dell'organizzazione produttiva. Sarebbe perciò necessario strappare il contadino al suo modo di produzione antiquato che genera la sua cultura antiquata, affinché comprenda la nuova società e possa partecipare al suo sviluppo. E' difficile dunque sostenere che la dottrina di Marx sia razzista, dato che lo stesso individuo, passato da agricoltore a dipendente industriale, per la teoria muta da reazionario in progressista.

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