lunedì 30 settembre 2019

L'osservazione...

...di Arnaldo Momigliano nel volume: Sesto contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, pag. 405, è acuta ed effettualmente esatta: "Le reazioni reciproche di religione e politica non possono mai risultare in una identità di religione e politica [...] Persino in Egitto, la terra dove il re è dio, la protesta contro gli abusi di governo non fu mai assolutamente identica alla protesta contro gli dei". Tuttavia, è tendenza delle religioni quella a condizionare il reggimento dello Stato, il tentativo di trasformare il potere dello Stato in un potere dei rappresentanti del dio distinti dal sovrano legittimo. Uno dei motivi può forse essere visto nel fatto che, essendo la religione antica, più fortemente ancora della moderna, una religione cerimoniale, cioè più fortemente vincolata alla correttezza dei riti, dei gesti stessi eseguiti nelle cerimonie pubbliche, patrimonio di conoscenza sacerdotale assai più che di un re - dio che pure alle cerimonie partecipava agendovi in prima persona, esisteva comunque un certo grado di separazione fra l'offesa alla religione e l'offesa al sovrano, seppure in interpretazioni estremamente rigide la differenza avrebbe potuto scomparire: uno sviluppo del genere avrebbe però messo a rischio la posizione stessa dei sacerdoti. A Roma la questione si poneva in modo differente poiché la vera religione di Roma era Roma stessa: la massima carica sacerdotale era una magistratura statale e l'ultima religione era quella dello stato romano, del farlo espandere e sussistere. In un certo qual senso due sviluppi della storia romana hanno quasi contemporaneamente minato la base dell'impero di Roma: da una parte la divinizzazione degli imperatori - per quanto spesso visti come incarnazione dell'Urbe e del suo dominio: la Romània -; dall'altra la separazione fra lo Stato ("Cesare", disse appunto qualcuno, per ribadire quanto in precedenza) e la religione; poiché appunto la religione dello stato romano era l'impero di Roma stessa.

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