lunedì 2 settembre 2019

Magari II.

Aggiungeremo che la gabbia indicata nel primo intervento viene ad essere posta in luce anche da Levinas, e dunque possiamo segnare una cronologia dell'interpretazione; da ciò, posto che per altri elementi il filosofo francese sviluppa l'idea di una longue durée terrena che chiama erroneamente "eternità", possiamo vedere anche in lui un involontario hegelista. Tale involontarietà di convergenza è data dalla impostazione certo in Levinas come in Hegel tradizionalista (pur se il riferimento di Hegel alla declinazione protestante del "tradere" fa senza dubbio di lui un parvenu), e forse, nonostante il continuamente evocato "universalismo" ebraico (basato anche qui sull'erronea convinzione che Etica e Morale si scrivano colla maiuscola, e che entrambe le parole circoscrivano ossia ingabbino un cattolico, un universale) un certo qual suprematismo di una "non - religione" la quale pare avere un troppo alto numero di elementi tipizzanti una fede, per non essere tale, radicato nel terreno del riemergere di un popolo e della sua cultura ripetuto dalle tempeste della storia (scritto colla minuscola, appunto perché secondo una tesi evidentemente esposta ad uso di un certo uditorio, un popolo preciso sarebbe se non sopra, al di fuori della storia). Nonostante nessuno (a parte "storici" revisionisti) neghi le proporzioni mai viste dell'Olocausto (la terre tapissée de cadavres sans espaces, scrisse qualcuno), rimane che la cultura indiana, almeno nel suo "nucleo" (elideisticamente impuro) induista, può vantare una resistenza temporale perlomeno equivalente, e che quella cinese, pur ripetutamente scossa da guerre intestine ed invasioni esterne, ha resistito (riducendo le dominazioni mongole, per esempio, a poco più di un velo sottile) "in sé" più di 5000 anni.

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